Cari navigatori di mari torbidi, qui di seguito trovate i miei racconti e le mie caricature. Fondamentalmente scrivo per sfogarmi e disegno per rilassarmi: c'è una bella incongruenza tra queste due passioni, ma mi servono entrambe per tirare avanti in questa palude. Scrivere (e leggere), disegnare e bere birra... Senza passioni siamo solo degli zombie! Buon divertimento.

LA
SORPRESA
Avevo conosciuto Giada un mese prima al compleanno di un amico comune, in un disco-pub di Bologna. Ci eravamo subito piaciuti e già dal giorno dopo avevamo cominciato a frequentarci.
Durante quel mese però, pur con le dovute maniere, non ero riuscito a convincerla a fare l’amore.
“E’ presto” diceva, “ci conosciamo da troppo poco.”
Dopo tutto, pensavo, ha appena diciotto anni (io ne avevo venticinque) e anche se al giorno d’oggi le ragazzine di quell’età sono molto smaliziate, fa piacere notare che ce n’è in giro qualcuna più seria e inquadrata di altre.
Ci vedevamo più o meno tutti i giorni e l’intesa migliorava a vista d’occhio. I nostri caratteri sembravano compatibili e forse stava nascendo un sentimento reciproco profondo che rasentava l’amore. Ci baciavamo sì, e con passione, duellando con le nostre lingue fino allo sfinimento, ma come detto, niente sesso ancora. Nemmeno sesso orale, pratica che agognavo nell’attesa di assaporare il frutto della nostra unione.
Un giorno, circa un mese dopo averla conosciuta, Giada disse:
“Simone, credo di essere pronta. Dopodomani ti aspetto a casa mia alle ventidue in punto.”
Apriti cielo! Solo al pensiero di vedere nudo quel corpo sensuale e fare l’amore nella sua cameretta – che già conoscevo per esserci stato una volta – ebbi un’erezione.
Finalmente il tanto sperato giorno arrivò: era un sabato e alle ventidue precise suonai al citofono dell’appartamento di Giada. Venne ad aprirmi la madre, che vedevo per la prima volta in quell’occasione. Era una donna splendida, alta, mora, poco più che quarantenne. Indossava un vestito rosso attillatissimo che metteva in risalto una scollatura mozzafiato.
“Pia… piacere, Simone!” balbettai.
“Ciao Simone, piacere mio. Io sono Anna, la mamma di Giada. Vai pure di là, ti sta aspettando in camera.”
Percorsi il breve corridoio ed entrai nella stanza da letto di Giada. Non feci neppure in tempo a chiudermi la porta alle spalle, che la ragazzina mi stava già spogliando.
“Ma Giada!” esclamai un po’ sorpreso da tanta foga. “E tua mamma?”
“Non ti preoccupare, è felice che tu sia qua!”
Nonostante mi avesse fatto aspettare un mese, sapevo che Giada non era vergine, ma da come si muoveva spogliandomi e lasciandosi spogliare, sembrava una veterana del sesso. Una volta che fummo nudi entrambi, mi adagiò sul suo letto a una piazza e mezzo poi, delicatamente, mi prese in bocca il pene turgido. Da come usava labbra e lingua, non c’erano dubbi sulla sua lunga esperienza in materia di pompini.
Non volevo venire con una fellatio, così dopo alcuni minuti di quella pratica estatica, la tirai su per i capelli e mi attaccai al suo seno con bramosia: leccavo e succhiavo i capezzoli piccoli e scuri come un assetato. La adagiai supina e la penetrai. Mentre ancheggiavo ritmicamente lasciandomi inebriare dal suo profumo e dalla situazione in sé, la mamma di Giada entrò in camera.
“Ooops!” esclamai.
Mi staccai subito dalla figlia, imbarazzatissimo. Anna invece non fece una piega; venne a sedersi sul letto di fianco a me e cominciò a carezzarmi. Il piccolo shock mi aveva fatto ammosciare il pene, ma ritornò subito duro come una roccia non appena me lo prese in mano, mentre con la lingua calda e guizzante mi leccava i capezzoli. Anche Giada si mise a leccarmi i capezzoli.
Oh mamma, pensai, sta succedendo veramente? Solo nelle fantasie che ci si racconta al bar tra amici succedono queste cose. Eppure ero lì, madre e figlia mi stavano mandando in estasi. Alla faccia della santarellina, pensai ancora, ma poi smisi di pensare e mi concentrai sul “da fare”…
Giada prese da un cassetto due paia di manette e mi legò i polsi alla testiera del letto. Io mi facevo guidare, passivo e silenzioso, quasi inebetito dall’irrealtà della situazione. Anna mi montò e cavalcandomi come un’indemoniata venne tra spasmi violenti, gridando “sì, fa’ godere questa vecchia porca mio giovane stallone, sì uh sì uh…”. Intanto la figlia era in piedi sopra di me e mi infilava un piede in bocca. Io glielo leccavo avidamente. Quando Anna ebbe finito di contorcersi sul mio membro ancora inappagato, fu Giada a prendere il suo posto. Venne quasi in silenzio, a contrario della madre, la quale pensò bene di far venire anche me con un gioco di bocca altamente professionale…
Stremato – e ancora legato – con le due donne al mio fianco anch’esse stremate, già mi vedevo al bar a raccontare quell’incredibile avventura erotica agli amici, quando…
Dall’armadio sbucò Sandrone, padre di Giada e marito di Anna. Era un energumeno di un metro e novanta con due spalle da scaricatore di porto e un collo taurino da far paura. La cosa inquietante però era che era completamente nudo, e dal suo basso ventre si ergeva con maestosità regale un uccello che di così grossi non ne avevo visti neanche nei film porno.
“Che cazzo significa questo?” chiesi molto preoccupato a Giada e Anna.
“Non ti piace la sorpresa?” mi chiese ironica Giada.
“Tirategli su le gambe e tenetelo fermo” ordinò Sandrone con voce stentorea.
Quel giorno andai a casa claudicante. Non raccontai mai quell’episodio agli amici del bar. Per settimane piansi, e non certo perché era finita la mia storia con Giada.
NON SONO SNOB! E' CHE... LA MIA STRADA E' UN'ALTRA: I WALK ALONE!

CARA TOPINA
Oggi pomeriggio, assalito d’improvviso da una folata di ciclica nostalgia, ho voluto riaprire la “scatola dei sogni”, lo scatolone dove ho riposto tutti i nostri ricordi. Sai, io ho tenuto tutto, senza buttare via niente; mica come te che dopo pochi giorni già ti eri disfatta di ogni cosa che rievocasse la mia esistenza. Me lo ha detto la Manu. Mi ha detto che hai gettato via ogni cosa, con rabbia, nel cassonetto del pattume: è stata una mazzata, puoi immaginartelo. Comunque non potevo certo aspettarmi che custodissi tutte quelle cianfrusaglie da giovani innamorati, dopotutto ti sei sposata e hai avuto una splendida bimba; per te il passato è sepolto sotto due metri di terra, mentre per me, che da allora non ho più amato una donna come ho amato te, è ancora uno sgradito compagno di viaggio. Ciò non vuol dire che ti amo ancora, anzi, fino a poco tempo fa ti ho odiato e se ci rifletti sopra è la stessa cosa.
Ti invidio, ecco cosa provo ora per te! Vorrei essere un artista come lo sei stata tu, capace di creare il più alto esempio di opera d’arte: un figlio. Invidio da morire pure la tua normalità piccolo borghese: la famiglia, il lavoro, gli orari da rispettare, la sicurezza economica, gli status symbol; mentre io sono destinato a vivere su un’isola… l’uomo isola… bel titolo per un romanzo, che ne dici?
Ti dicevo dello scatolone. Mentre toglievo accuratamente il nastro adesivo che lo sigillava, il mio cuore ha preso ad andare all’impazzata. Non appena ho scorto le foto, le lettere che mi scrivesti, i pupazzetti, la catenina d’oro che mi regalasti a Natale, la fedina dell’“amore eterno”, non ce l’ho fatta e ho pianto, con quel senso di angoscia che prova un bambino che non trova più la sua mamma in mezzo a una gran folla. Dopo aver guardato tutte le foto e ripercorso le tappe della nostra storia insieme – il mare, la montagna, i compleanni, gli anniversari, ecc. – ho avuto un black out. Mi sono sdraiato per terra con il volto rivolto verso l’alto (ero in granaio, il nascondiglio segreto della “scatola dei sogni”), ho lasciato che le lacrime mi si asciugassero da sole e mi sono acceso una sigaretta. Sono stato in trance per dieci minuti, poi ho voluto rileggere le tue lettere d’amore e le brutte copie delle mie (mamma mia quante ne ho scritte!). Eravamo due ragazzini, è evidente, e io molto più di te ma la purezza e l’innocenza e la gioia e la tenerezza e la solennità e la forza dei sentimenti che trasparivano, oggi come allora, da quelle parole, non può essere rappresentato in nessun capolavoro della letteratura mondiale, né ora né mai. Credimi. Di errori ne ho fatti per meritarmi il castigo di perderti, però sappi che insieme, tu ed io, abbiamo realizzato l’Idea Definitiva: l’Amore. Ma nessuno potrà mai apprezzarla o copiarla perché essa si è dissolta, è svanita con l’avvento della disillusione. Ed ora che tu, avvolta nella confortevole bambagia di “donna riuscita”, continui a fungermi da musa ispiratrice senza nemmeno sospettare che un uomo è morto per la pena che gli hai inflitto; ora che nonostante costui sia risorto dalle sue stesse ceneri per diventare un traduttore di sogni e speranze abbacinanti; ora che le parole, i pensieri e i fatti valgono meno di niente; ora che il mondo inizia la sua parabola discendente; ora che “se io” e ora che “se tu”, ora e per sempre, io ti dico: Vaffanculo! Richiudo la scatola. E questa volta dentro ci metto anche te.
Questa vignetta è dedicata a tutti coloro che ancora credono nella politica e nei suoi burattinai o burattini.

RIFLESSIONI
Come dici? No amico, non sono un megalomane spocchioso. Sono solo un illuso forse, uno che aspira ad una vita più completa, certamente non in senso materiale. Cosa? La società è il mio nemico? Può darsi, però ti prego, lasciamo stare la società: ormai so com’è strutturata e l’ho sentita nominare talmente tante volte che adesso mi viene la nausea se ritiri fuori questa solfa . Penso tutt’al più che il mio vero nemico ce l’abbia dentro, nascosto da qualche parte, un verme subdolo da estirpare se non voglio morire davvero presto.
Forse dovrei smetterla di farmi delle domande e anche di cercare per forza delle risposte, ma guarda caso, oggi che non sono fatto di qualcosa non riesco a non perdermi nelle riflessioni. Lo so Sal che tu mi capisci; e chi altri potrebbe!? Guardati, sembriamo uno la fotocopia dell’altro: stessi occhi vacui, stessi capelli scompigliati, stessa faccia pallida e provata. Beviamo e ci facciamo per riuscire a sopportare il peso del mondo, ebbene?, ti consideri un perdente? Non rispondi eh! Scusami vecchio mio, ma almeno da te mi aspetterei una qualche risposta, dopo tutto viviamo la stessa vita, facciamo le stesse cose, leggiamo gli stessi libri. Vedo qui in camera i vari Pirandello, Sciascia, Calvino, Hemingway, Hesse, Kafka, Golding, Wilde; i figli di puttana (come ci piace definirli): Henry Miller, Leary, Bukowski, Carroll, Kerouac, Welsh, Burroughs. Stessi gusti e stessa personalità squarciata. Ricordi quando ti confidai che scrivo sempre sull’orlo di un burrone? E meno scrivo, più rischio di caderci dentro? Paura dell’oblio, dell’insulsaggine, del non riuscire a “dare prima di andare”. Gara contro il tempo (il treno della morte), per lasciare un’impronta, sia pure minima e quasi intangibile, su questo mondo.
Forse un giorno sarò io a voler giungere al capolinea prima del tempo, proprio per non aver più nulla da dire o da dare… mmm no, no non è possibile, sul treno della morte si incontrano situazioni e a volte pure persone troppo curiose per sfracellarsi al suolo prima della stazione: la vita è sempre e comunque evoluzione.
Merda! Sto iniziando a mal sopportare persino te Sal, quindi se mi concedi un momento, vado a fumarmi uno spino e a farmi una birretta giù in cucina. Torno presto, non ti preoccupare. Dobbiamo ancora finire di parlare.
Rieccomi qui vecchio amico. Credevi non tornassi più? E come potrei vivere senza te, senza i tuoi consigli?! Certo che siamo strani noi due. Anarchici fuori e assetati di serenità dentro, lacerati e laceranti, santi e blasfemi, pazzi e razionali. Chi sei tu in realtà? Se ti perdessi chi o cosa diverrei? Sono forse un Dorian Gray e tu il mio ritratto? Domande, domande, domande, sempre domande. Ora me le pongo anche se sto cercando di cuocermi il cervello. Sal, Sal, mio caro Sal, se mi lasciassi solo per lo meno non sarei così straziato dalle domande; forse sarei uno dei tanti, un burattino, ma al giorno d’oggi si sa, meno si ragiona meglio si sta. Invece non mi lascerai mai e vivremo perennemente dall’altra parte della barricata, là dove non batte il sole, nella minoranza, perché noi stiamo bene solo con i Pochi, non con i Tanti.
La canna e la birra che mi sono sparato mi hanno reso più introspettivo del solito: male! Devo aumentare le dosi. Voglio che tu sappia che se speri di tornare a parlare faccia a faccia, ne aspetterai di tempo!, ché riflettere con te mi fa troppo male. E poi mi dai l’impressione che guardandoti così da vicino, attraverso questo specchio sudicio, tu ti stia rovinando. Sei molto meglio quando sei fuori, fuori dalla realtà, l’unico territorio entro cui possiamo vivere a nostro agio.
LA
NOTTE DEI PORCI
Ed è proprio a Castellino che, esattamente undici anni dopo, troviamo Cico seduto ad una scrivania in un piccolo studio circondato da scaffali colmi di libri. Cico sta scrivendo qualcosa sul suo notebook, è tardi, siamo nella notte tra il trentuno ottobre e il primo novembre. Il suo lavoro viene interrotto da una chiamata al cellulare; sullo schermo appare il nome di Buco.
“Pronto!?” esclama sorpreso, vista anche l’ora, Cico.
“Cico dove sei Cico?” fa Buco tutto gasato.
“Dove vuoi che sia Buco, sono a casa. Sono le due di notte. Vabbè che domani è festa ma domattina vado a Casaldelbalengo a presentare il mio nuovo libro, “Il teorema di Siffredi”.”
“E’ vero, me ne ero dimenticato. Comunque… ti ho chiamato perché io, Librido, Glande e Arafat siamo stati a cena a festeggiare il mio compleanno e volevamo…”
“Ah già, è il tuo compleanno oggi. Auguri Buco!”
“Non ti ho invitato perché so che sei a dieta…”
“Veramente non più, ma non ti preoccupare, non mi sono offeso.”
“E adesso come va la tua ulcera?”
“Diciamo che si è stabilizzata.”
“Senti Cico, io e i ragazzi siamo qui a due passi da casa tua e stiamo andando a chiudere la serata al Cubanita. Volevamo appunto sentire se ti andava di fare un salto a vedere due gnocche.”
A questo punto Cico fa una breve pausa, durante la quale pensa a cento cose: al livello alcolico di Buco e degli altri, che deve sicuramente essere molto elevato; al fatto che da un po’ gli amici lo hanno messo da parte, da quando cioè due anni prima ha pubblicato “Dio è morto. Di overdose”, una sofferta confessione sull’ipocrisia e l’ottusità del microcosmo paesano di Castellino; alla sua ulcera che in realtà non si è stabilizzata ma è diventato un tumore allo stomaco; ai dieci – quindici mesi che gli restano da vivere; alla presentazione a Casaldelbalengo l’indomani mattina; alla possibilità di seguirli al Cubanita…
“Pronto Cico, ci sei?”
“Sì, sì ci sono.”
“Allora che fai? Vieni?”
“Ma sì va’! Ho bisogno di spegnere un attimo il cervello. E poi non stavo facendo… niente di importante, stavo… solo scrivendo.”
Così Cico spegne il notebook e scende in strada. Sale sulla macchina di Buco e insieme ai quattro amici si dirige al nightclub Cubanita. Qui assiste a un paio di spettacoli hard sorseggiando un redbull. La mente però non è lì, si estrania, è focalizzata su ciò che stava scrivendo sul notebook e che si ripromette di riprendere tra due giorni, di ritorno da Casaldelbalengo. Attende che gli amici si diano il cambio nel privè dove la procace Babuska soddisfa le loro voglie ataviche, che per amor del vero significano un bocchino di buon compleanno a Buco, un altro pompino a testa a Librido e Glande e, causa bolletta, una strusciata sul pacco di Arafat.
Dopo un’oretta e mezza riaccompagnano a casa Cico. Sono da poco passate le quattro di mattina quando riaccende il notebook per dare una controllata a quello che stava scrivendo. Tra tre ore la sveglia suonerà, pensa mentre il computer si carica. Con lo schermo acceso davanti agli occhi clicca sull’icona “anima” e passato qualche secondo lo sgomento lo assale. Il documento è stato cancellato. Controlla anche gli altri documenti: racconti, saggi, articoli, poesie. Tutto sparito.
“Un virus!” pensa Cico. “Un maledettissimo virus ha cancellato il lavoro di anni.”
Per fortuna i racconti, i saggi, gli articoli e le poesie erano stati preventivamente salvati su cd o stampati ma “anima”… Lo sgomento si trasforma in disperazione; il documento “anima” è perso per sempre. Lo stomaco prende a tormentarlo con crampi insopportabili. Ingoia un mix di pastiglie accompagnate da un denso sciroppo bluastro, ma il dolore non si placa. La disperazione raggiunge l’acme e Cico comincia a piangere; a nulla serve l’effetto di un sonnifero mischiato alle pastiglie. Arrivano le sette e Cico parte per Casaldelbalengo accompagnato da un amico editore. Il viaggio in macchina è lungo e Cico è stravolto per la stanchezza e la delusione, ma la presentazione de “Il teorema di Siffredi” è un successo, riesce addirittura a vendere dodici copie del libro a dodici dei quarantadue presenti alla Libreria del Corso.
Per una curiosa coincidenza del destino Cico morirà all’ospedale di Porto Pitale nella notte tra il trentuno ottobre e il primo novembre dell’anno 2006, esattamente dodici anni dopo il genocidio di maiali di Castellino e un anno dopo la cancellazione del documento “anima” dal notebook. Cosa ci fosse scritto in quel documento non lo sapremo mai. L’unica considerazione che possiamo “cavar fuori” da questo breve racconto è che la vita è una gran maialata, e tutto finirà nel mistero, proprio come nella “notte dei porci”.

TESTAMENTO DI UN CATTIVO MAESTRO
Sì, sono stato un personaggio scomodo durante la breve esistenza che mi ha visto protagonista e sono sicuro che nonostante tutto, la mia scomparsa lascerà costernate moltissime persone, però, immaginando il mio funerale, credo che saranno pochi coloro i quali verranno colti da un maggiore senso di affannosa perdita: quei pochi che avevano capito l’immensa positività del mio essere. La positività di un pensiero che ha sempre divulgato spiritualità e amore per la vita , a contrario di quanto hanno sempre pensato – e sempre penseranno – i Viswows, alieni terrificanti che continueranno a dipingermi solo come un disadattato, drogato, blasfemo, materialista…
Si conteranno sulle dita di una mano gli amici che parteciperanno, INSIEME A ME, al mio corteo funebre, mentre i Viswows sotto le loro belle maschere modello lutto tratterranno a stento esplosioni di giubilo. Sputeranno forse sulla mia tomba quando sapranno di non essere visti da nessuno, ma io voglio dirvi questo cari Viswows: le vostre microscopiche menti non coglieranno mai gli aspetti più importanti e significativi della vita come invece ho fatto io, che ho VISSUTO, imparando ad amare al di là di ogni immaginazione, soffrendo, morendo più volte (concetto a voi sconosciuto – la morte – in quanto nascete già morti), crescendo, emozionando, carpendo giorno dopo giorno il SENSO; mentre voi rimarrete per sempre avvolti nel vostro guscio, coccolati dal tepore di un’incommensurabile insipienza, tipica dei Viswows.
Certo però che mi dispiace! A trent’anni non avrei mai pensato di morire. Con lo stile di vita sregolato che conducevo non avrei sicuramente mai scommesso di superare i cinquanta, ma trenta!, vabbè in fin dei conti sono riuscito ad essere e a fare sempre quello che volevo. Provo grande dispiacere solo per mia madre, mio padre e i miei fratelli; loro che in questo momento non possono nemmeno immaginare il male che mi fanno con i loro sguardi afflitti, proprio loro, i miei cari, che anche se spesso si indignavano per i miei atteggiamenti provocatori, sapevano e sapranno che c’è una luce nel cuore degli uomini (non dei Viswows!), una luce che resta accesa anche nelle notti più lunghe. E’ proprio quella la luce che intendo lasciar loro in eredità, insieme ai miei pochi soldi, i quali spero basteranno per pubblicare il mio ultimo e “definitivo” libro e per indire il premio letterario “Fuck the world”, dedicato alla mia memoria, alla vita di Jack Infradito, inventore del New Beat, e aperto a tutti coloro che amano e sanno cos’è l’amore, a tutti quelli che danno gran valore alla propria crescita spirituale, che sono sinceri e veri, che rispettano gli uomini e combattono i Viswows. La mia esperienza qui con voi è stata breve ma proficua. Ho provato l’amore e esaltato il sesso; ho amato uomini e donne; ho usato droghe e combattuto l’establishment; ho avuto l’onore di sentirmi unico in un mondo che annulla l’individuo per darlo in pasto ai Viswows. Chiudo gli occhi, sono troppo stanco. Domani il sole spunterà di nuovo, ma nessuno se ne accorgerà.

UN COMPLEANNO SPECIALE
L’idea era venuta a Mone. Finalmente avrebbe potuto sdebitarsi con Elena per tutti i favori che gli aveva fatto nel corso degli anni, favori che andavano dal prestito di qualche euro per una birretta, alle sigarette che puntualmente dimenticava di comprare, fino alle centinaia di fotocopie dei suoi racconti scadenti stampategli dall’amica durante le pause di lavoro alla “Computer Cash”. Oltre che in debito morale, si sentiva oberato anche da un discreto debito economico.
Non appena Mone aveva proposto agli amici la sua idea, questi l’avevano accolta entusiasticamente mostrandosi subito eccitati e desiderosi di metterla in pratica. Il compleanno di Elena sarebbe stato un evento indimenticabile!
Doveva essere una festa per pochi intimi: oltre alla festeggiata, Mone aveva invitato Thomas, Mighè, Fiore, Balbo e Malaga. Quest’ultimo aveva prestato la sua casa di campagna per svolgervi la festa. Tutto era stato organizzato nei minimi particolari dal buon Mone. Elena non sapeva assolutamente cosa l’attendesse fra quelle quattro mura diroccate, era solo a conoscenza del fatto che un megaparty era stato predisposto in suo onore.
Alle ventidue esatte del sedici ottobre la macchina di Elena imboccò il vialetto sterrato che conduceva alla casa di campagna di Malaga, casa che la nonna di quest’ultimo aveva ribattezzato “L’allegro castello del vizio”. Gli amici la attendevano già alticci a causa dei numerosi bicchieri di vino e birra scolati in precedenza.
Mone le corse incontro sorreggendo due calici di Moét & Chandon (aveva fatto le cose veramente in grande!); gli altri lo avevano seguito e tutti insieme avevano brindato alla felicità di Elena con il classico “cento di questi giorni!”. Dopodiché Mone aveva preso in disparte l’amica e le aveva spiegato per filo e per segno quel che la aspettava, quale meraviglioso regalo lui e i compagni intendevano farle.
“Ma sei fuori?!” fu la prima reazione di Elena.
“Dai, non fare la figa bigotta e schizzinosa! Se ti lasci un po’ andare ti piacerà da matti.”
“Tu ti sei bruciato il cervello con quelle merde di droghe e antidepressivi che prendi. Io non mi faccio sbattere da tutti voi!”
“Guarda che mica ti stupriamo tutti insieme vè! Ci divertiamo uno alla volta. Vedessi al piano superiore come abbiamo sistemato la camera da letto per questo avvenimento storico: una romantica alcova per i nostri porci sollazzi!”
“Non farò mai una cosa così, neanche se mi pagaste tutto l’oro del mondo…”
A Mone bastò mettere sotto gli occhi di Elena una canna di marijuana e la ragazza cambiò immediatamente idea. Dopo due tiri poi, non vedeva già l’ora di ricevere i suoi “regali” nella camera da letto.
“Bene, vai su e aspettaci. Noi decidiamo il nostro turno poi arriviamo uno alla volta” disse Mone con una certa impazienza.
Mentre al piano di sopra Elena pregustava i momenti che sarebbero seguiti, giù, gli amici, con i calici di vino e i boccali di birra sempre colmi fino all’orlo, discutevano su chi sarebbe stato il primo.
“Io non me la sento ragazzi!” disse Mone. “Pensavo che ci sarei riuscito ma… sono troppo amico con Elena per farlo.”
“Ecco, sei il solito cacasotto!” lo aggredì Balbo. “Come sempre lanci le proposte poi ti tiri indietro.”
“Ehm, ehm, se non vi dispiace, ehm, vado io per primo” intervenne Mighè cercando di nascondere un sorriso malizioso mordendosi le labbra.
Tutti lo guardarono e tutti furono d’accordo che sì, era giusto che andasse lui, ne aveva diritto più di chiunque altro. Dopotutto era stato insieme a Elena tre anni prima che questa lo cornificasse.
“Se non lo faccio io” proseguì, “chi può avere il coraggio di farlo?!”
Detto questo si involò su per le scale. Sotto erano tutti in silenzio davanti al fuoco che ardeva nel camino, troppo ubriachi per formulare qualche frase o pensiero e troppo curiosi di percepire qualche rumore proveniente dalla stanza da letto. Di fatti dopo poco… GNIC GNIC SBUM BAM BADABIM SBABUM… “AAAAAAAAAAH!”
Un gemito squarciò la calma che stava avviluppando la saletta occupata dai cinque amici. Dopo dieci minuti Mighè scese, il sudore gli colava dal viso arrossato e stravolto.
“Già fatto?” chiese Thomas in tono ironico.
“Che roba ragazzi! Ehm, le ho fatto vedere i sorci verdi” rispose Mighè.
“Vai a cagare valà! Se ci hai messo due secondi!” lo stuzzicò Balbo.
“Ehm, ehm, vi assicuro che è stata una roba da urlo.”
“Bene, e adesso che il “lavoro sporco” è stato fatto, a chi tocca?” domandò Mone.
“Vado io!” intervenne Balbo.
Gli amici si guardarono perplessi. Trascorsero alcuni interminabili secondi di silenzio, poi toccò a Mone assentire per tutti.
“Certo che con quel randello che si è portato appresso…” disse Fiore leggendo probabilmente nel pensiero degli altri.
Dopo qualche attimo infatti si udirono rumori violenti… SPACK TUTT KON STUKAZZ CHE MI RITROV e BADABIM e BADABAM… poi ci fu improvvisamente silenzio. Trascorse un quarto d’ora e Balbo ridiscese. Scoppiò a piangere.
“Mi raccomando” riuscì a dire tra i singhiozzi, “che non si venga mai a sapere in giro!”
“Tranquillo!” lo confortò Fiore. “Hai fatto il tuo dovere. Pensa a tutte le volte che quella zoccola ti pigliava per il culo!”
“Che iddio abbia pità di noi!” gli rispose Balbo.
“Amen!” ripeterono tutti in coro.
Toccò poi il turno di Fiore. Dopo venti minuti lo videro precipitarsi giù dalle scale e correre fuori in mezzo al prato. Vomitò tutto il vino bevuto.
“Ho sempre pensato a Elena come ad un’amica senza mai immaginarla a quel modo là, ma così ragaz… è veramente troppo!” disse una volta ripresosi.
“Vai Thomas, è il tuo momento!” avvertì Malaga.
“Se lo viene a sapere la Manu sono fottuto” dichiarò preoccupato Thomas.
“Non lo verrà mai a sapere nessuno” affermò solenne Mone.
Mentre Thomas era su con Elena, a Mone venne la curiosità di andare a sbirciare quello che combinava l’amico (non per niente lo chiamavano Mone il guardone!). Scostò di poco l’uscio della camera da letto e vide l’amico di spalle che inginocchiato ai piedi del letto assestava colpi ad un ritmo forsennato, tanto che ad un certo punto il parrucchino gli cadde per terra; non se ne accorse se non dopo aver terminato. Intanto però anche Mone era corso fuori a vomitare…
“Tocca a te Malaga!” disse nervosamente, quasi in tono di sfida Mighè. “Fai presto che noi cominciamo ad apparecchiare la tavola.”
Malaga salì lentamente le scale, dinoccolato e sornione; pareva quasi di udire in sottofondo una qualche musica western di Ennio Morricone mentre avanzava. Tre quarti d’ora dopo si presentò giù con un largo sorriso beffardo stampato sul volto.
“Il dado è tratto!, come disse una volta mia nonna mentre preparava il brodo per i tortellini” annunciò.
“Bene” disse Mone, “vado a vedere a che punto è. Voi accomodatevi pure a tavola.”
Si sedettero tutti intorno al tavolo mentre il fuoco ardeva ancora energico nel caminetto caliginoso conferendo alla stanza una calda e conviviale atmosfera.
“Allora, chi vuole le cosce?” domandò Mone presentandosi con un lungo vassoio tra le mani. “E le chiappe?”
Le varie parti della carcassa di Elena erano sistemate tra patate e piselli sul vassoio. La testa decapitata stava nel mezzo della composizione culinaria preparata con scrupolo dagli amici; una mela le sporgeva dalla bocca.
“Io prendo le tette” disse Thomas. “Sono a dieta!”
“Anch’io sono a dieta” gli fece eco Balbo. “Prendo il cervello!”
“Lasciatemi i piedi!” gridò Mone.
“Io voglio un po’ di tutto!” urlò più forte Mighè.
“Mi accontento di un pezzettino di figa, poca però che ho appena sboccato” sibilò Fiore ancora sconvolto.
“Per me un po’ di culo, please!” disse Malaga trattenendo una risata sarcastica.
Nonostante diete e stomaci sottosopra, i sei amici divorarono Elena in un batter di ciglia. Finito il lauto banchetto, Thomas, richiamando l’attenzione con un rutto fantozziano disse:
“Ohe ragazzi, ci siamo dimenticati il brindisi. Tutti in piedi!”
Si alzarono dalle loro sedie levando contemporaneamente i calici. Mighè si schiarì la voce e ieratico come mai più sarebbe stato in vita sua accomiatò l’amica:
“A Elena! Il suo ricordo rimarrà sempre… dentro di noi!”
I bicchieri tintinnarono tra loro. Qualcuno, non si sa chi, esclamò: “Debito estinto!”

L'Uomo Erba, Hasc Boy e Snow Man: i nuovi Super Eroinomani !!!
APOLOGIA DELLA MORTE
La scena si svolge all’interno di una camera da letto. L’appartamento è quello di Zoe, pittrice di belle speranze già ben inserita nel mondo accademico della sua città. Insieme a lei, sotto le coperte dell’ampio matrimoniale, Mario si sta godendo distrattamente una sigaretta post coito. Mario è un noto critico d’arte che ha saputo investire il suo istrionico carattere e l’eccellente facondia in numerose ospitate al Maurizio Costanzo Show. Zoe è cinica: sa che una buona impressione – sia sotto le coperte, sia mostrando la propria arguzia nonché il talento già per altro riconosciuto da più parti – le potranno permettere di scalare molto più velocemente i gradini del successo. Ma allo stesso tempo, Zoe non è disposta a sacrificare l’ispirazione, l’abilità e la passione sull’altare della Morte…
Zoe: Intendimi Mario, io non sono cattiva, ma quando certi personaggi intralciano il mio lavoro a priori, tentando di stroncare le mie opere senza neppure averle viste, arrivo anche a dire atrocità del tipo: “Se muori vengo a pisciare sulla tua tomba!”. Da’ i brividi vero? Tutto sommato analizzando da un punto di vista pedagogico la nostra cultura, è comprensibile scandalizzarsi per una frase del genere; sin da mocciosi ci insegnano che la morte è un argomento tabù (guai a nominare lei, le emorroidi e il nome di dio invano), però io l’ho presa per mano e con lei ho passeggiato attraverso la vita e attraverso i miei quadri, facendomi beffe proprio di quella cultura di morte che i presunti maestri di vita pretendono di insegnarci.
Zoe è logorroica, entusiasta di poter ammaliare
con quei discorsi per lei tanto profondi e intelligenti il famoso critico.
Mario la ascolta silenzioso, ma sembra assorto in altri pensieri.
Mario (mentre spegne la sigaretta nel posacenere sul comodino): Ti seguo, vai pure avanti.
Zoe: Non vorrei mai essere tacciata di blasfemia, ma partiamo da qui intanto: tutte le religioni sono basate sulla cultura della morte. Mostrano ai fededipendenti una facciata solare per nascondere l’argilla sulla quale poggiano le loro fondamenta. Hanno fatto e sempre faranno più morti le religioni di qualsiasi altra dottrina, cataclisma, malattia o droga nel mondo.
Mario (guardandosi il pene floscio e pensando all’interminabile periodo refrattario che non gli consente a breve un’altra erezione per far tacere Zoe e tentare una decorosa tripletta amatoria): Sì sì, non hai tutti i torti.
Zoe: Il progresso! Il progresso sotto tutte le sue forme ha insita una componente di morte non indifferente. Nessuno può mettere in dubbio che porti benessere, stabilità politica, sociale, economica, ma – tralasciando di chiosare sul tema della devastazione ambientale – per assurdo induce quasi proditoriamente l’individuo allo smarrimento di sé, rubandogli identità e contatto con il tempo e con lo spazio: in pratica non c’è mai abbastanza tempo quando in teoria dovrebbe essercene di più a nostra disposizione; e non c’è più spazio per muoversi liberamente. Anche se non ce ne accorgiamo siamo circondati da confini e dogane.
Zoe è sempre più presa dall’argomento anche
se preferirebbe una disquisizione bilaterale con Mario, il quale appare ora
ancor più assente. Zoe gli dà un simpatico buffetto sulla guancia per
ridestarlo.
Mario (leggermente sorpreso da quel gesto): Parla pure, ti ascolto.
Zoe (accennando un sorriso): Il lavoro si basa sulla morte. Sgobbare al servizio di qualcuno, svolgendo compiti alienanti annullando le proprie difese psicoimmunitarie significa morire. E per chi? Per il bene della comunità!!! Robe da pazzi. “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”: paese di schiavisti, dico io, altro che democrazia! E gli schiavi che compongono questo crogiolo laico-teocratico-oligarchico sono ancor più incatenati – metaforicamente parlando – dei veri schiavi dei secoli passati, perché questi ultimi erano in una condizione coatta, mentre i primi accettano il loro stato passivamente pur potendo fuggire. La differenza è notevolmente a discapito del lavoratore sostenitore della patria.
Con lo scilinguagnolo sempre più sciolto Zoe è
un fiume in piena che dà l’impressione di straripare da un momento all’altro.
Mario accende un’altra sigaretta per mascherare quell’apatia che anche
Zoe ha notato.
Mario: Mmmmm!
Zoe: La politica con i suoi burattinai è, da destra a sinistra, una congrega di assassini. Divulga morte per interessi personali. Se mi rendessi conto che esiste qualche politico, sia esso un ex fascista, un ex democristiano o un ex comunista, non assorbito nel Death System probabilmente tenterei di individuare e votare il meno peggio e forse non avvertirei più quell’idiosincrasia parossistica nei confronti dei partiti che provo attualmente. La politica adotta questa tattica deplorevole per ottenere consensi: più morti ci sono, ovvero più ignoranza regna, più approvazione si ottiene; è una verità assiomatica.
Non parliamo poi di quello che non fa l’informazione per riscuotere interesse. I mass-media implorano la morte, la Dea Morte, per ottenere quello che vogliono. E quello che vogliono è condizionarci l’esistenza…
Mario: Mmmmmm!
Zoe: Quando poi politica ed informazione passeggiano a braccetto, beh, mi vien da pensare che il Cile di Pinochet non era poi così diverso da qui.
Dico solo questo e poi concludo questa apparente invettiva che è in realtà una perorazione in difesa della morte, un elogio alle sue proprietà ispiratrici: se tutta questa morte (morte della ragione, morte dei sentimenti, morte dei sogni, morte della passione…) non esistesse, io non sarei né una pittrice, né una donna, né un essere umano; sarei solo una ics, un nulla. Ciò perché non avrei stimoli. Per cui grazie morte, grazie di esistere. Grazie per la vita che mi doni…
Mario (titubante): Mmmmmmmm! Zoe, mi chiedevo se… se… no nulla, concludi, concludi pure.
Zoe fa una breve pausa e intanto, vedendo Mario
pensieroso, si crede certa di averlo impressionato, centrando in pieno il
bersaglio.
Zoe: Beh ho praticamente finito. Aggiungo solamente che solo quando si parla di sesso non tollero interferenze con la morte. Quando la morte entra nel mio letto – e qualche volta è capitato – perdo l’ispirazione per settimane intere. Capisci? Certi uomini sanno solo parlare e non sanno scopare; io di quelli non me ne faccio niente. A cosa serve un uomo che non sa scopare?
Mario: Mmmmmmmmm! Boh!
Zoe: Come mai sei così pensieroso e serio? Quando sei in televisione sei tutt’altra persona. Cosa pensi della mia celebrazione della morte?
Mario: Mah! Non saprei, a dire il vero… non saprei proprio. Non ho seguito molto bene.Volevo chiederti piuttosto se… mmmmmmmmm… ti è piaciuto farlo con me? Sei venuta?
A questo punto il sipario si chiude. Si riesce a
scorgere nella penombra il volto di Zoe. Almeno credo che sia Zoe; le ombre
riflesse sul viso della ragazza deformano la sua fisionomia. Si fatica a
distinguere la sua espressione per cui non sapremo mai cosa sia successo in
quell’attimo. L’autore di questa piece teatrale (che io ho compendiato
riducendola all’essenziale per motivi di tempo e di… spazio, come diceva
la protagonista) aveva probabilmente pensato a un eloquente gioco di ellissi
per concludere la sua opera, ma la pessima illuminazione del teatro gli ha
rovinato tutti e cinque gli atti del suo “Apologia della morte”.
Qualcuno fischia in platea, qualcun altro applaude. A me è piaciuta molto
Zoe e visto che ognuno può crearsi il suo finale (non essendo chiaro quello
dell’autore), mi piace pensare che la ragazza abbia messo da parte il
cinismo e l’arrivismo e in un impeto d’orgoglio abbia scacciato… la
Morte dal suo letto. Poi, visto che rimango nel regno della fantasia, voglio
immaginare Zoe che si innamora di me che anche se non sono bravo a parlare e
scrivo ancora peggio, almeno le porterei della vita dentro l’ alcova. Uh
che bel finale, uh che bello!
NON ERO POI COSI’ BRAVO
Mi guardai allo specchio e quel che vidi mi immalinconì ulteriormente. Ero appena stato al bar Gerla sperando di trovare qualche ceffo della mia specie, ma ormai i ceffi della mia specie sono quasi completamente estinti. Cosicché dopo un paio di birre in solitudine me n’ero tornato a casa. Ero dunque davanti lo specchio del bagno e c’era qualcosa che non andava: zampe di gallina cominciavano a intravedersi ai lati degli occhi, sottili rughe facevano capolino sulla fronte, capelli bianchi si stavano insinuando prepotentemente tra quelli castani e i capelli castani iniziavano a diradarsi. Depresso e solo come mi sentivo stappai una birra e andai in giardino a guardare la luna piena. Sembra un qualcosa di romantico, ma per me in quel momento non c’era proprio nulla di romantico, se non il mio stomaco infiammato. Le riflessioni sulla vita – sulla mia vita! – non tardarono a occuparmi il cervello. Ero senza lavoro, senza amici, senza donne, senza soldi, senza niente. A trent’anni suonati vivevo in casa con i genitori e passavo le giornate a cazzeggiare. Sveglia alle 11, leggere qualche pagina di qualche libro, pranzo, leggere qualche altra pagina di libro, cercare qualche lavoretto di poche settimane su internet ma senza fretta, scrivere qualcosa sul diario o qualche racconto se ispirato, scrivere due cazzate sul mio sito personale per quei due gatti che lo seguono, cena, uscire, bere, bere, bere. Il che non sarebbe neanche male in una società basata sull’Anima. Purtroppo non è così quindi la mia diventa una classica vita di merda. Per di più, nessuna soddisfazione, in nessun campo. Decisi lì per lì di appendere anche le scarpette da calcio al famoso chiodo ché, anche in quel campo, per quanto mi sentissi bravo, mai una soddisfazione in quindici anni di carriera. Evidentemente non ero poi così bravo.
Lì sotto il plenilunio, con la mia birra e la mia vecchiaia incipiente, presi una decisione, forse l’unica vera decisione che ho mai preso nella mia vita: avrei scritto la parola fine al mio melenso Romanzo.
In tutti questi anni di fuga dal lavoro (lavorando sì e no una ventina di mesi in tutto), con il tempo che investivo per la mia evoluzione spirituale, sono diventato un piccolo filosofo. Sempre più introspettivo e sensibile: in pratica una bomba a orologeria per la mia anima. Ciò mi è servito a sentirmi, ora, un FALLITO. E il lato comico della faccenda è che vivo in mezzo a una moltitudine impressionante di falliti, solo che la maggior parte non se ne rende conto.
Il giorno dopo la serata di elucubrazioni al chiaro di luna, mi trovai al Charlie Pub con Bert. Gli esposi le mie visioni filosofiche della vita. E Bert, raro essere della mia specie ancora al mondo, mi disse:
“Caro Mork, lo sai anche te che hai potenzialità inespresse che non sfrutti. Perché? Te lo dico io perché. Stai troppo bene!”
“Che cazzo vuol dire Bert?”
“Vuol dire che non ti sei mai veramente lanciato perché ti sei sempre crogiolato nella bambagia del tuo illusorio benessere materiale. Hai chi ti mantiene, chi ti vuole bene, due soldi per tirare avanti li hai, vivacchi…”
“Appunto, vivacchio! Allora come fai a dire che sto troppo bene?”
“Afferra il concetto: tu, tra l’inferno e il paradiso, hai scelto il purgatorio per pigrizia, perché in fondo ci si sta bene. Così però ti stai… seccando, inerte. Forse hai avuto una vita troppo comoda… forse non hai sofferto e non soffri abbastanza per trovare il tuo paradiso o il tuo inferno. Perché è pur sempre meglio l’inferno del purgatorio, lo sai anche tu.”
“Hai ragione. Ci ho riflettuto a lungo e credo di aver preso una decisione, proprio ieri, ispirato da quell’ammaliante luna piena…”
“Cos’hai deciso?”
“Voglio andare all’inferno!”
“Potresti almeno cercare la strada per il paradiso prima.”
“Sono trent’anni che la cerco disperatamente e ho capito che non la troverò mai perché sono un artista, e un artista NON PUO’ essere felice. Capisci?”
“Capisco anche che c’è tanta gente che con la scusa di sentirsi un artista passa una vita da coglione.”
“Vero.”
“Senti Mork, io posso dirti solo questo: non buttarti via adesso, prendi la vita con maggiore serenità.”
“’Na parola. Non ce la faccio, c’è troppa merda là fuori. A volte mi sento talmente incapace da non riuscire, non solo a essere felice, ma perfino infelice. Sono un ameba. Ma adesso basta! Affanculo il mio “quietovivere”! Ché tanto, peggio di questa vita non c’è neanche la morte. Voglio l’inferno!”
“E allora brucia! Però adesso paga il giro di birre che ne ho già pagati due io…”
Pagai il giro. Poi un altro e un altro ancora. L’ultimo lo pagò Bert, così fummo pari. Parlammo tanto, anche se forse al mondo non c’è nulla di più inutile delle parole. Parlammo, fumammo e bevemmo, facendo arrivare le 3 di mattina.
Il giorno dopo lo passai a letto con i postumi della sbornia, mentre fuori il mondo andava avanti, la gente viveva. Nel tardo pomeriggio mi alzai e andai allo specchio. Avevo finalmente preso una decisione e dopo tanto mi sentivo abbastanza sereno. Era ora di arrendersi.

LA LEGGENDA DI PETOMAN
Era un tipo alquanto strano Corto Cometa, uno di quei personaggi che dopo averli conosciuti ti fanno capire di non avere nulla a che fare con questo mondo pieno di regole, tabù e quant’altro. Non era un ragazzo cattivo, ma possedeva quella schiettezza capace di lasciarti secco tanto era genuina. Non si può certo dire che fosse bello, però, forte di un carisma e di un fascino ipnotici, riusciva sempre ad accalappiarsi le ragazze più carine della scuola. Viveva a Ferrara e frequentava con discreti risultati un liceo linguistico della città estense; considerava la scuola come una quasi inutile ma divertente perdita di tempo e trascorreva le ore libere con quello che riteneva il suo unico vizio privo di effetti collaterali: la lettura. Amava leggere qualsiasi genere, dal romanzo classico a quello giallo, dal saggio di psicologia al racconto agiografico, e ogni tanto si dilettava anche nello scrivere poesie. D’altro canto, i suoi vizi dagli effetti collaterali, come lui stesso li definiva, erano diversi e tutti certamente poco salubri dal punto di vista fisico: fumava due pacchetti di Marlboro al giorno, beveva birra in quantità industriali e non disdegnava neppure le droghe. I suoi coetanei guardavano Corto con un misto di ammirazione e invidia; i suoi atteggiamenti, le sue “imprese” e le innumerevoli stravaganze lo avevano assurto agli occhi della classe (e non solo) a Idolo Cittadino. Si racconta che a quindici anni si fosse scopato la professoressa di Inglese e quella di Francese nello stesso giorno, lui, la Stella Cometa (come lo avevano soprannominato molti suoi compagni), amante del piercing e dei tatuaggi, si era fatto tatuare – appena tredicenne – le parole “La risposta soffia nel vento” sull’avambraccio sinistro. Non confidò mai a nessuno cosa volesse dire quella frase, ma gli avvenimenti che seguirono nella sua vita, rivelarono in quella “risposta” una clamorosa profezia. Era ben conscio il Cometa della stima che nutrivano nei suoi confronti amici e meno amici; quel paffuto ragazzino dalla battuta sempre pronta sapeva mostrarsi in pubblico con grande sicurezza e proprietà di linguaggio. Chi lo conosceva bene affermava, non senza un filo di retorica, che Corto “non aveva paura neanche del diavolo”, ma questa era solo apparenza perché il giovane due grosse fobie le aveva: una era la paura di diventare vecchio e di perdere il rispetto della gente; l’altra era il terrore di morire, morire senza avere trovato… la risposta.
Fu verso i diciotto anni che la sua vita ebbe una drastica svolta. Già da un po’ di tempo Corto veniva sempre più gradualmente emarginato dagli amici per via della sua troppo marcata diversità. Certo, finchè era stato l’unico a possedere una personalità ben definita, anche molto bizzarra e controcorrente, era stato stimato da tutti come un eroe, negativamente trasgressivo ma pur sempre un eroe. Ora che una certa personalità (faziosa) l’avevano “assemblata” anche i suoi coetanei, Corto fu vittima di discriminazioni continue, venendo escluso da ambienti e situazioni che lo avevano visto incontrastato protagonista per molto tempo. Di lampante in questo processo di formazione caratteriale c’è che la generazione alla quale appartenevano gli amici del Cometa erano stati indottrinati e ammorbati dalle influenze di famiglie discendenti da una razza particolare: la razza dei benpensanti.
Nonostante ci tenesse a mostrarsi in pubblico come un ragazzo dal carattere solido e tetragono agli assalti alla sua sensibilità, questa estromissione dalla società lo stroncò. Solo, poco stimato, senza più un solo amico con il quale parlare, incompreso da genitori mediocri e bigotti, finito l’ultimo anno di liceo si gettò a capofitto nell’alcol. Divenne capace di scolarsi in un giorno – lui che aveva comunque avuto trascorsi dionisiaci già dai dodici anni – ben sei confezioni da sei di birra e anche quando era ubriaco marcio non vomitava mai. Nel giro di due anni il suo stomaco assunse proporzioni abnormi; Cometa assomigliava sempre più a un fenomeno da baraccone senza avere ancora compiuto vent’anni. Ottenne una pensione di invalidità e i suoi due vecchi lo cacciarono presto di casa. Andò a vivere in un appartamento comunale alla periferia di Ferrara.
Una sera, mentre dormiva di un profondo sonno etilico, venne svegliato improvvisamente da uno strano rumore proveniente proprio dal suo stomaco; un crescente gorgoglio accompagnato da frequenti e dolorose fitte lo spinsero a recarsi immediatamente al Pronto Soccorso. Qui, dopo essere stato visitato da una equipe di medici, venne subito trasferito con urgenza all’ospedale Maggiore di Bologna e isolato in una particolare stanza, immensa, disadorna e asettica: al suo interno si respirava un’atmosfera irreale con quell’unico letto sistemato al centro di essa sul quale Corto si svegliò sei giorni dopo il ricovero, sei lunghi giorni di coma vigile; era pieno di tubi e aghi che gli ricoprivano per intero l’immane stomaco. Un medico entrò.
“Salve signor Cometa. Io sono il dottor Pallante, come sta? Ha passato giorni migliori vero? Le spiego subito come mai lei si trova qui nel nuovissimo reparto “Casi Rari & Sindromi Sconosciute” dell’ospedale Maggiore di Bologna. Ebbene… lei è un “Caso Raro” al mondo di meteorismo nucleare. Ciò significa che se dovesse innescarsi all’interno del suo stomaco un processo metabolico che noi definiamo scissione flatulenzo-molecolare, basterebbe che lei si facesse scappare anche una sola e leggera emissione di aria dal deretano per radere al suolo un’area con una superficie pari a quella dell’intera Scandinavia, con conseguenze catastrofiche per il mondo intero.”
“Ma… c’è una cura?” domandò ancora frastornato Corto.
“Beh, una cura c’è eccome e le probabilità di guarigione rasentano il cento per cento. Purtroppo non la si conosceva dieci anni fa quando fu scoperto in America il primo caso di meteorismo nucleare. Allora, un texano di quarantasette anni venne rapito dall’FBI e fatto esplodere nel deserto del Nevada. Fortunatamente era un caso molto meno grave del suo, altrimenti avrebbe causato un disastro mondiale. Oggi invece si può tranquillamente guarire; innanzi tutto non dovrà mai più bere birra o altri alcolici, poi le verrà proibito fumare e dovrà attenersi alle regole di una dieta rigidissima.” Corto iniziò a sentirsi depresso. “Non potrà più masturbarsi o fare sesso, perché c’è il rischio che l’eccitazione faccia scattare il processo che le ho spiegato poc’anzi: farmaci inibitori della libido la aiuteranno a questo scopo.”
Il giovane provò a convincersi che era tutto un sogno ma si rese presto conto che così non era. Entrò un sacerdote.
“Salve don Luigi” disse il dottor Pallante, “questo è il signor Corto Cometa… Corto, don Luigi. Ora il nostro caro don le spiegherà la seconda parte, diciamo così, della cura a cui dovrà sottoporsi.”
Corto pensò allora di essere ubriaco, più ubriaco di quanto non fosse mai stato, e che probabilmente era così che si manifestava il delirium tremens. Il sacerdote attaccò con la sua ieratica allocuzione.
“Carissimo Corto, se vorrai guarire da questo terribile male, male che potrebbe tramutarsi in un flagello per l’umanità, dovrai seguire scrupolosamente alcuni consigli che ora ti dirò, oltre a quelli che già ti ha enucleato il professor Pallante. Dunque, per prima cosa dovrai convertirti al Credo Cristiano Cattolico. Dovrai seguire per filo e per segno gli insegnamenti di Iddio nostro Signore, poi una volta compiuta questa metamorfosi spirituale, dovrai trovarti un lavoro fisso; a quel punto, come ti confermerà anche il professore, potrai, anzi dovrai sposarti e ricominciare a fare sesso, ma solo con tua moglie chiaramente ed esclusivamente a fini procreativi. Avrai dei figli e sarai obbligato a crescerli nel modo giusto, insegnando loro la Retta Via…”.
A questo punto Corto non ascoltò più nessuna parola. Udì solo suoni indistinguibili che uscivano dalle bocche di due orrende creature con le facce troppo grandi e gli occhi, le orecchie, la bocca e il naso troppo piccoli per poter essere umani. Si riprese da questo stato confusionale psichedelico quando il dottor Pallante disse:
“Allora siamo d’accordo signor Cometa? Domani verrà dimesso. E’ molto importante che non mangi niente per i primi sette otto giorni (verrà alimentato con speciali pillole energizzanti) e che tenga quell’occlusore anale che le è stato applicato ben sigillato per altrettanto tempo. Mi raccomando! Passata la prima settimana, la fase di pericolosità massima potrà dirsi scongiurata e la scissione categoricamente esclusa se seguirà le regole, soprattutto quelle enumerate da don Luigi per il suo futuro. Dovrà obbligatoriamente seguirle, capisce? Non possiamo permetterci di rischiare che non lo faccia, per cui per maggior sicurezza sarà controllato a vista notte e giorno da due medici e quattro agenti di polizia. Sa, anche il Capo dello Stato è a conoscenza del suo caso così delicato.”
Il giorno dopo, giorno del suo rilascio, Corto rassicurò don Luigi, Pallante e tutti gli scienziati presenti che avrebbe fatto tutto ciò che gli avevano detto, dopodiché venne scortato a casa su un blindato della polizia. Una volta giunto nel suo appartamento, sorvegliato da medici e poliziotti, si recò in camera da letto, accese il computer e scrisse le seguenti parole:
Mi osservano tutti preoccupati e perplessi.
Probabilmente si staranno chiedendo cosa sto scrivendo: almeno un minimo di
privacy me lo concedono. Già, cosa starò mai scrivendo? Con una semplice
scoreggia potrei cancellare dalla faccia della terra loro e milioni di inutili
e deleteri esseri parlanti, non me ne importerebbe poi molto visto che
comunque vada sono già morto. Nubi si addensano sul mio futuro e su quello
dell’umanità, proprio mentre io divengo l’uomo più temuto (e quindi più
potente) del mondo dopo essere stato schernito e messo in croce. Non me ne
importa nulla, non cerco rivincite, non riesco proprio più a vivere in questa
società medievale, controllato, comandato e incanalato in un tunnel lungo e
probabilmente senza uscita. Sarei anche pronto a togliermi subito questo come
si chiama?, occlusore anale (vedeste le facce che hanno fatto i miei “controllori”
quando prima ho finto di staccarlo!), ma ci sono persone che non meritano di
essere relegate nell’oblio senza avere avuto un’altra chance dalla vita:
prostitute che battono tutte le notti per non essere massacrate da papponi
senza scrupoli, omosessuali e transessuali che devono lottare ogni giorno per
la loro dignità e identità di esseri umani, reietti, barboni, uomini soli,
bambini derubati della propria infanzia, gente che ha avuto il destino
straziato dai Comandanti della terra, gli ultimi, quelli che ancora sognano di
vivere e non solo di sopravvivere, ecc; tutti costoro meritano di avere una
speranza. A loro io lascio la SPERANZA.
Domani informerò le più
alte autorità mondiali (cariche religiose, capi di stato, sfruttatori vari…)
che desidero incondizionatamente organizzare un summit nel bel mezzo del
Pacifico al massimo entro due giorni, per parlare di questioni politiche,
morali… insomma, una scusa vale l’altra. Sì sì, faremo una bella
crociera e tutti accetteranno perché non hanno altra scelta, forte come sono
della mia minaccia. Non possono neppure farmi fuori altrimenti esploderei come
un’atomica; ho solo pochi giorni per compiere il Giudizio Universale, poi la
mia pancia comincerà a sgonfiarsi e con essa la mia pericolosità. Quando ci
troveremo tutti nel bel mezzo dell’oceano, PRRRAAAH!, mi toglierò il tappo
dalle chiappe e la leggenda di Petoman potrà avere inizio. Per qualcuno
diventerò un eroe, un supereroe, anche se forse le cose non cambieranno molto
per chi rimarrà. Almeno avrò dato loro la possibilità di avere SPERANZA.
Ora mi congedo, felice di aver trovato la risposta, la risposta che soffia nel
vento.
UNA DOLCE STORIA D’AMORE
Mia madre mi saluta distrattamente: è al telefono con la sua cara amica Adele. Salendo le scale per andare nella mia camera da letto, la sento dire: “Hai sentito di Michele Pozzi? Lo hanno portato a San Patrignano. Quella povera donna di sua madre non meritava una simile disgrazia; per fortuna i miei figli hanno già passato l’età critica per cadere nel tunnel della droga. Sai Ade, non per modestia ma credo di averli cresciuti proprio bene i miei Stefano e Lucrezia…”
Disteso sul letto penso che non è possibile avere una limitatezza di vedute come ha mamma: ho ventotto anni e lei pensa che sono al sicuro. Come ragiona? Cosa ne sa?
Un riflesso condizionato – provocato dall’ignoranza pedagogica di mia madre – mi induce ad aprire un cassetto del comodino; un righino di cocaina è proprio quello che ci vuole. Telefono a Simona, la mia ragazza.
“Ciao Simo, ti va di farti un giro in centro? Sì? Ocappa, tra mezz’ora passo a prenderti… sì… ciao.”
Quando sto per uscire di casa, le due comari sono ancora al telefono. La mia vecchia si sta infervorando: “Hai visto il tiggì? Finalmente hanno arrestato quel pedofilo di Milano, quello che faceva quelle brutte cose con la nipotina e la figlia. Maledetti pervertiti, io li impiccherei tutti…”
Non sono certo in disaccordo con le sue parole, ma se sapesse che ho sverginato io mia cugina Vittoria (di soli tredici anni) e mi sono fatto fare un pompino da zia Carmela mentre il suo amante (Rocco, un mio caro amico) le faceva il culo, chissà come ci rimarrebbe male sta povera cristiana!?
Salendo sullo scooter scuoto la testa con un sorriso a metà tra il beffardo e il perplesso. Quando arrivo a casa di Simona, lei mi sta aspettando giù in strada. La carico didietro.
“Come sono contenta per tua sorella! Non vedo l’ora che si sposi e nasca il bambino. Beata lei! Quand’è che nascerà?” mi fa prima di partire.
“Dovrebbe nascere i primi di dicembre” le rispondo, poi, sbalordito esclamo: “Beata lei!?”
“Come dici Ste?”
“No niente, niente.”
Ci avviamo e mentre mi dirigo verso il centro città realizzo quanto insolite siano state quelle due parole pronunciate da Simo: beata lei. Cioè, voglio dire… beata lei sto par di coglioni! Impregnata da quel buzzurro del suo maschio, terrone megalomane, e a un passo dalla sepoltura matrimoniale… beata lei? Non scherziamo. Per di più verranno a vivere qui in casa con me ed i miei, con quel segaiolo scassacazzo di mio padre tutto il giorno ubriaco e mia madre sempre dietro a brontolare; ci vedo proprio un bel quadretto familiare. Forse è meglio che mi trovi un lavoro fisso e me ne vada di casa. Oggigiorno lo spaccio di stupefacenti non garantisce più, qui a Bologna, l’agiatezza di un tempo; tutti sti merdosi magrebini hanno monopolizzato il mercato e per i pesci piccoli come me non c’è più spazio.
L’unica sicurezza che ho, per fortuna, è Simo, una persona adorabile: se non ci fosse lei sarebbero sicuramente cazzi acidi. L’ho conosciuta cinque anni fa, amica di un’amica di Rocco, ci siamo subito piaciuti. In illo tempore frequentavo ancora l’università, ma già stavo meditando di abbandonarla, dato che mi sembrava solo di perdere del tempo prezioso per il mio futuro; subito dopo averla lasciata infatti mi sono dato allo spaccio, un lavoro onesto, fonte di guadagno per chi non vede differenza tra un imprenditore e un operaio di infimo livello: trattasi pur sempre di dare e prendere, di calpestare ed essere calpestati, di vivere e morire. Ricordo ancora come se fosse ieri la prima uscita che facemmo insieme. Passammo un’intera notte a chiacchierare seduti sulla scalinata della chiesa di San Petronio. Rimasi folgorato dalla sensibilità, dall’arguzia e dalla sottile ironia che traspariva dalla sua solida personalità.
“La spiritualità non è altro che atmosfera. Senza atmosfera non può esserci spiritualità; ma senza spiritualità può comunque esserci atmosfera. Lo spirito è un ologramma proiettato dall’atmosfera, ovvero dall’ambiente, il più delle volte positivo, che ci circonda” mi spiegò.
Io non ci capivo un granché ma ero affascinato. Diceva: “Colei che sa, non ha bisogno di parlare”; oppure: “ Chi ha dato del tu alla morte non darà mai del lei alla vita”, e così via. Aveva ed ha tuttora un repertorio di massime vasto e interessante. Tante volte non capisco quello che dice, però rimango incantato ad ascoltarla lo stesso. Siamo molto diversi ma anche molto simili nel concepire la vita. “Carpe diem” è il motto che ci unisce. Lei è sicuramente più matura di me (anche se più giovane) e pure più acculturata; quella prima serata trascorsa insieme mi fece un sunto delle caratteristiche e differenze che distinguevano beatniks, dadaisti e lost generation. Mi raccontò dei suoi trascorsi di militante radicale e poi di anarchica; mi disse quanto amava leggere il suo conterraneo Sciascia e John Fante. Più parlava, più non capivo nulla, più mi innamoravo.
Sono passati tanti mesi da allora e mi rendo conto di aver intrecciato un legame inscindibile con Simo. Non sa che spaccio droga; non sa nemmeno – ci mancherebbe! – che non appena mi capita di fare qualche scopata extra con altre ragazze non mi tiro indietro, anzi, lo considero un trascurabile vizietto che ha lo scopo terapeutico di rafforzare sempre di più una relazione a prova di bomba.
Ma eccoci qui adesso, in giro per Bologna; prendiamo un paio di birre in bottiglia e ci sediamo, oggi come allora, sui gradini di San Petronio. Mi sento particolarmente romantico oggi. Sarà forse l’atmosfera, come diceva lei, a mettermi in questa predisposizione d’animo? Non lo so, fatto sta che la abbraccio dolcemente.
“Ti amo Simo!” dico.
Lei non risponde. Forse si sta facendo cullare dal momento così tenero. Ripenso al “beata lei” esclamato poco prima sullo scooter e realizzo che non era un’ “uscita” da Simona: non si era mai mostrata incline al matrimonio, proprio come me. Quelle parole suggerivano un cambiamento di rotta nei programmi e negli ideali della mia ragazza. La stringo più forte. Lei mi guarda, mi sorride, poi mi bacia ma freddamente, le si inumidiscono gli occhi.
“Ste, ti devo confessare una cosa.”
Siamo così innamorati, penso, se mi dirà che mi vuole sposare le dirò di sì, dopo tutto è anche ora che mi sistemi, che metta la testa apposto.
“Non so come dirtelo” prosegue un po’ imbarazzata.
Le sorrido. La incoraggio con il pensiero: su, non è difficile. In fondo siamo giunti alla logica conclusione, al traguardo che in questi cinque anni ci ha resi una persona unica.
“Sono stata con un altro!”
What?
“Con diverse persone!”
Sbianco. Comincio a tremare. Dopo un interminabile minuto di silenzio riesco un po’ a riprendermi, ma le parole mi escono come filtrate, depurate da qualsiasi tono o volume.
“E con chi saresti stata?”
“Con Rocco, più di una volta. Altre volte sono stata con lui e Marco insieme. Una sera con Rocco e Eric. Ho passato anche una notte con Veronica, mentre Rocco ci riprendeva con la telecamera. Non ero mai stata con una donna: è stato bello.”
Ammutolisco letteralmente, pur sentendo i polmoni stracarichi di parole che non vogliono saperne di uscire e mi gonfiano il torace; respiro a fatica. Svengo. In uno stato subcosciente immagino me stesso in procinto di sodomizzare Simo, mentre Rocco ci guarda divertito; lei è a pecora e mi sta supplicando di sfondarle lo sfintere. La accontento, ma quando ad un tratto gira il volto verso di me… sono io! Mi sto inculando mentre Rocco e Simona se la ridono spassosamente.
Mi sveglio su un lettino in un pronto soccorso. Simona è lì davanti a me. Sono inebetito ma ricordo tutto; cerco di mettere a fuoco il viso di Simo, piano piano: sta sorridendo compassionevole e mi carezza la fronte. Vorrei dire qualcosa, vorrei piangere, vorrei correre via, ma compare mia madre e con le sue parole conclude questa storia, la mia storia, una storia d’amore. Fa’: “Sembrate proprio fatti l’uno per l’altra.”
SBRONZE ROAD
Sdraiato sul letto, giocherellavo con la Magnum Smith & Wesson comprata al mercato nero l’altr’anno, convinto che il confine tra la vita e la morte fosse una linea sottile che in quel momento passava attraverso la canna di una pistola. Era già successo altre volte che mi puntassi quel freddo tubo d’acciaio alla tempia e in più di un’occasione solo una forza misteriosa – che non era di certo l’attaccamento alla vita – mi aveva fatto desistere dal concretare quell’ultimo, definitivo clic.
Squillò il telefono mentre con la Magnum stavo mirando al poster con il volto di un Timothy Leary devastato dalla vecchiaia e dall’lsd appesa al muro di fronte a me.
“Bud! Ho fatto tutto: prenotazione volo, biglietti, un itinerario approssimativo… vai che tra poco si parte!” mi riferì dall’altro capo del filo Weiser.
Dopo anni di duro lavoro senza via d’uscita alla “Melotti Metalmeccanica” , il coast to coast programmato negli States era sicuramente tutt’altra cosa rispetto al clic finale spesso fantasticato; valeva proprio la pena spendere ogni risorsa economica, fisica e mentale prima di giungere ad una conscia e affascinante ripartenza.
Io e Weiser abbiamo lavorato nella stessa lurida fabbrica per più di dieci anni e nel tempo ci siamo legati in uno strano rapporto simbiotico, a tratti ambiguo agli occhi degli altri colleghi e amici. Quando gli proposi l’idea del viaggio on the road negli USA ci bastò uno sguardo per intenderci sul meraviglioso epilogo che avrebbero avuto queste ferie. Non è facile da spiegare (e neanche ci tengo) ma io e il mio compagno AVEVAMO CAPITO.
Siamo così partiti da Milano destinazione New York. Giunti nella Grande Mela ci siamo imbarcati su un volo per Los Angeles: volevamo compiere l’attraversata da ovest a est, facendo prima qualche fermata nei luoghi e nelle città della California che mi avevano da sempre incuriosito per essere stati fonte di ispirazione di grandi autori del passato come Fante, Henry Miller, Bukowski, Kerouac: Bunker hill, Big Sur, San Francisco furono alcune tappe.
Percorremmo le pionieristiche strade americane un po’ in autostop, un po’ in Greyhound e un po’ in treno; noleggiammo anche un paio di automobili e delle moto. Viaggiammo per l’immenso sogno americano attraverso Salt Lake City, Denver, Des Moines, Chicago, Cleveland, fino a Nuova York. Impiegammo un mese per fare tutta quella strada, sostando a volte in squallidi motel, a volte in lussuosi alberghi, o fermandoci in certe occasioni a passare le notti all’addiaccio; finché non siamo giunti al grande giorno, oggi!
Prima di partire da San Francisco avevamo fatto una scorta di birra, vino e whisky non indifferente e avevamo speso il totale di ben tre stipendi a testa della “Melotti Metalmeccanica” per acquistare cocaina, lsd, funghi allucinogeni, marijuana, extasy, popper ed eroina.
“Grazie Hunter Thompson!” gridai al cielo prima di chiudere tutto quel ben di dio in una insospettabile sacca da turista italiano itinerante.
Abbiamo provato emozioni ed esperienze nuove in quest’ultimo mese. Ad Austin, nel Nevada, facemmo un’incredibile orgia con dieci prostitute in una piccola pensioncina caratteristica degli Anni Cinquanta; a Davenport, al confine tra Iowa e Illinois, osammo l’adrenalinica sensazione di rapinare un minuscolo supermercato. Per l’occasione avevamo comprato passamontagna e pistole giocattolo e tutto filò liscio. Regalammo poi i novecento dollari del bottino ad alcuni barboni di Chicago.
Sempre a Chicago rischiammo di finire anzitempo la nostra avventura. Sulle rive del lago Michigan io e Weiser stavamo passeggiando tranquillamente; il problema era che eravamo completamente nudi, nonché strasaturi di alcol. Passammo un’intera giornata in carcere, poi, un ufficiale di polizia magnanimo ci rilasciò, pensando forse che eravamo due semplici italiani goliardici.
A Cleveland compimmo la pazzia più grossa di tutto il viaggio. Ci imbattemmo qui in una ben organizzata manifestazione del Ku Klux Klan. Non c’erano molti partecipanti, ma il servizio d’ordine era imponente. Mischiati tra il folto gruppo di contestatori antirazzisti, assai più consistente di quello dei simpatizzanti xenofobi, lanciammo due bottiglie molotov, una delle quali centrò in pieno viso il guru del KKK ustionandolo gravemente. Dal parapiglia che scaturì conseguentemente, riuscimmo a defilarci senza problemi.
In una lugubre cittadina della Pennsylvania, il cui nome ora mi sfugge, esaurimmo la scorta di droghe. Ci trovavamo in un desolato motel e Weiser sembrava ridotto proprio male. Durante la notte si era svegliato in preda al panico: aveva assoluto bisogno di eroina ma l’ultima pera me l’ero fatta io qualche ora prima, così uscì di casa e rientrò due ore più tardi insieme ad una prostituta di colore e con una nuova carica di ero nelle vene. Ci fottemmo la ragazza uno alla volta, dopodiché la liquidammo con il triplo di denaro che ci aveva richiesto per la prestazione. Ci ringraziò con un pompino extra.
Questa sera, la sera del trenta agosto, siamo giunti alla meta. Siamo a New York. Abbiamo affittato la suite più lussuosa di un noto hotel della città e non appena siamo entrati nella stanza 2025 io e Weiser ci siamo guardati negli occhi.
“Ci siamo” ho detto io con voce strozzata dall’emozione.
“E’ stato bellissimo Bud!” è intervenuto l’amico, “ABBIAMO CAPITO, non è vero?”
“Sì Weiser. E’ ora di festeggiare. Siamo alla FINE.”
Ci siamo scolati le tre birre rimasteci e l’ultima bottiglia di whisky lasciandoci blandire dal tramonto che sfumava i colori come in una cartolina e si apprestava a mischiare ad esso due anime finalmente emancipate dal dominio della Materia. Weiser mi ha preso le mani e mi ha baciato. Abbiamo fatto l’amore una, due, tre, quattro volte. Mentre sta dormendo qui accanto di un sonno rilassato ho deciso di buttar giù queste righe; per chi o per cosa non lo so, però dovevo farlo.
L’ho svegliato quando fuori già cominciava ad albeggiare, ci siamo rivestiti, ho messo in tasca questi fogli e ora saliremo sul tetto dell’edificio, al ventesimo piano.
Prima di far calare il sipario vorrei solo dire agli amici, ai conoscenti… a chi rimane e leggerà il resoconto del Grande Epilogo, che mentre mano nella mano stiamo osservando i minuscoli uomini che da poco svegli si stanno accingendo ad iniziare, laggiù, una nuova giornata nel mondo dei vivi, Bud e Weiser si stanno sbellicando dalle risate come due pazzi. Ormai come due angeli.
UNA SERA AL BAR PINETA
Il cielo è terso, privo di nuvole. Il tramonto colora la città coi suoi pastelli rossi e arancio e marroni mentre tutto emana energia fuori, già, fuori, ma fuori dove? Dentro, seduto ad un tavolo del bar Pineta, intento a giocare a scala quaranta con Fabri, il Rosso e Cambogia tutto è statico, non c’è pathos. D’altra parte come potrebbe? Lo capisco solo dopo l’ennesima birra, la sesta forse. Al di là della vetrata, sulla strada, transitano ragazzi e ragazze, uomini, vecchi, bambini, storpi ed effeminati, puttane e barboni. Mentre scendo con due tris d’assi e uno di donne – scartando un re di picche – guardo fuori e mi soffermo col pensiero su quel pulsare di cosmica vitalità; persino l’ultimo derelitto sulla faccia della terra mi appare più fortunato di me all’esterno del Pineta.
“Che cos’ho che non va?” mi domando osservando il jolly appena pescato che non mi consente, metafora della mia pedestre esistenza, di chiudere la partita una volta per tutte. Quattro carte in mano, un jolly e non riesco a vincere. Scarto un fante di cuori. Cos’ho dunque che non va? Cosa abbiamo che non funziona noi topi da bar che a quarantacinque anni ci sentiamo vecchi, apatici, stanchi come chi dalla vita ha ricevuto solo bastonate? Facciamo parte di una generazione perdente, come affermò una volta Cambogia: “La nostra ragazzi si chiama Generazione Inerzia”. Forse aveva ragione.
Mi accendo una sigaretta, come se non ci fosse già abbastanza fumo in quei due metri quadrati che occupiamo io, il Rosso, Fabri e Cambogia, tutti occupati a giocare, in silenzio, fumando una sigaretta dopo l’altra, una birra dopo l’altra, un giorno dopo l’altro. Cosa significa giocare a carte? Passarsi il tempo? Perché abbiamo sprecato tutto quel tempo fino ad oggi (e continueremo a farlo) mentre là fuori, oltre l’opaco vetro il mondo pullula di opportunità? Sì, ma le opportunità sono per chi se le crea, non per noi, uomini vinti dal tempo e dallo spazio: non abbiamo più scampo, imbelli scommettitori di spiccioli e birrette.
Beppe, il titolare, ci avverte che tra dieci minuti chiude bottega. Gli dico che abbiamo quasi finito, un’altra birra per tutti e ce ne andiamo, offro io il giro ai ragazzi. Tocca di nuovo a me pescare: un altro jolly e, incredibile, non riesco ancora a chiudere. Sono troppo sfigato! O forse non sono bravo, fatto sta che pesca il Rosso e chiude la partita. “Ho vinto!” esclama l’amico. Mi alzo vacillante, trangugio tutto d’un fiato la birra che ha appena portato Beppe e dico: “No, non hai vinto. Nessuno ha vinto. Noi, Rosso, non si vince”.
Esco dal bar Pineta avviandomi verso casa; la sera è fresca, si sta bene e si respira una brezza positiva: sembra che l’amore e la speranza, la felicità e tutto ciò che di bello c’è al mondo mi aspettino dietro l’angolo. Svolto l’angolo e ci trovo solo il desolato viale alberato che conduce all’appartamento dove abito. Tutto è un’illusione, l’alcol mi sta ingannando. Io sto invecchiando e ho paura. Dopo aver superato i venticinque anni ho avuto l’impressione che il tempo volasse via al ritmo di un anno ogni sei mesi e temo che sarà sempre più celere… mah! Forse sono solo troppo ubriaco, troppo ubriaco anche per avere dei sogni e focalizzare una vita fatta su misura per me… non chiedo tanto: una donna di poche pretese, casalinga e madre attenta, un lavoro migliore del mio attuale di magazziniere, due soldi in più, un televisore con megaschermo per riunire gli amici a casa e seguire le partite della nostra squadra del cuore senza doverci rintanare nella torma del Pineta. Infine una vecchiaia tranquilla e appagata. No, non chiedo tanto alla vita o a quel famoso dio, se esiste. O a me stesso! Boh, ora so solo che non posso tornare a casa conciato così.
Mi siedo su una panchina, aspettando che evapori un po’ la sbronza. Mi sdraio. Quando mi sveglio non c’è più nessuno in giro; è notte fonda e la prima cosa che mi passa per il cervello è che domani sarò troppo sobrio per avere dei sogni. Per quelli come me, il Rosso, Cambogia, Fabri, per noi quarantacinquenni della Generazione Inerzia è più comodo vincere una partita a carte che non scommettere contro il destino per cercare di cambiarlo; per quelli come noi non ci sono mai state prospettive perché non abbiamo saputo (o errore ancora più grave: non abbiamo voluto) giocarci i jolly che la vita, sia pure infame e stronza finché si vuole, ci ha fatto pescare per strada ogni tanto.
Mi accingo a varcare il portone del civico numero venti. E’ probabile che mia madre mi stia ancora aspettando davanti al televisore acceso (a me le carte, a lei la tv!). “Non ti preoccupare Mà, ero a giocare a scala con gli amici del Pineta” le dirò. Così se ne andrà a dormire serena e inconsapevole, come quell’uomo sprecato che è divenuto ormai suo figlio.
ICIO IL POSTINO
( DEDICATO A PAOLINO )
C’è stato un tempo in cui anch’io lavoravo come ogni essere umano degno di rispetto, se di rispetto si può parlare quando si tratta di acquiescente e perpetuo sgobbare. Ero completamente succubo del sistema lavoro, sodomizzato dalla prassi, crocifisso dal grigiore alienante della routine. Questo momento infausto della mia vita aveva luogo cinque anni or sono, prima che decidessi di vendere l’appartamento ereditato dal mio defunto papà, la macchina e quel po’ di terra lasciatami sempre dal babbo dopo averci lasciato le penne tra le gambe di uno dei suoi troioni altolocati; era il periodo antecedente la scelta di trasferirmi a Cuba, a gestire insieme all’amico Bubba un bar sotto le palme di una spiaggia non lontano da Varadero. Gestire per modo di dire, visto che il sottoscritto Maurizio “Icio” Morselli e socio ci limitiamo tuttora ad alzare e abbassare le serrande del locale e a infilare i nostri turgidi uccelloni nelle passerine delle nostre cinque, sei, a volte sette (dipende dalla stagione) cameriere bariste, mulatte da favola che per descrivere la loro bellezza e le loro forme non basterebbe il più grande artista – sia esso uno scultore, un pittore o un poeta – mai esistito.
Tuttimmodi non è l’attuale capitolo della mia vita che voglio trattare, bensì, come già anticipato, quel periodo di cinque anni fa in cui lavoravo, prendendo cazzi in culo tutto il giorno. Cosa facevo? Ero postino, o portalettere, o addetto al recapito postale, o come cavolo volete chiamare un tizio che gira per vie con quintali di lettere e troiate cartacee varie da consegnare al buon cittadino contribuente.
Svolgevo il mio diligente lavoro a Cento, mio paese natale e residenza fino ad alcuni anni fa, visto che come detto mi trovo a Cuba già da un lustro. Ho imbucato posta per dodici mesi, dai ventidue ai ventitre anni, con un contratto a tempo determinato il quale mi veniva rinnovato ogni tot settimane, fino al giorno in cui accumulato il gruzzoletto dell’eredità paterna decisi, in maniera coatta e definitiva, di farla finita con quel mondo nauseante.
“Un essere umano non può sopportare tutto questo senza impazzire!” mi ripetevo sempre più spesso. In effetti uno che non conosce la mia avversione alla monotonia non può capire quanto sia cerebralmente devastante farsi chilometri e chilometri di campagna (eh beh, essendo un novizio mi toccava oltretutto il giro più scomodo e faticoso!!!) su un Ciao sgangherato, sei giorni su sette, con il sole o con la pioggia, la nebbia o la neve, senza voglia o senza voglia; sempre lo stesso itinerario, le stesse facce di culo che hanno sempre qualcosa per cui lamentarsi, tipo la vecchia di via Geriatria la quale senza mai sbagliare un giorno mi chiedeva che fine aveva fatto il postino che c’era prima della mia assunzione: “Perché non c’è più Carlo? Era così gentile, loquace e disponibile, mica come lei che non parla mai e neanche saluta”. Io non sapevo nulla di Carlo ma il giorno che l’esasperazione prevalse sul mio innato menefreghismo le dissi: “Signora, Carlo si è impiccato. E’ contenta adesso?”. Smise così di rompermi i coglioni con Carlo. Quello stesso giorno, rientrato in ufficio, chiesi ad un collega: “Che fine ha fatto Carlo?”. “Si è buttato sotto un treno in corsa. E’ morto… aveva un forte esaurimento” mi fu risposto. Poveraccio. Vittima dell’accumulo di lavoro. Era chiaro che sarei finito così anch’io se fossi rimasto a lavorare in Posta altri cinque, dieci, venti, trent’anni. Non sai mai quando il cervello di un lavoratore andrà in tilt, sai solo che un giorno prima o poi ci andrà, punto e basta.
Le prime avvisaglie, i primi sintomi di forte disagio li accusai quando mi resi conto dell’odio profondo che provavo per i cani, io che i cani li ho sempre adorati. Forse la categoria dei portalettere è destinata a odiarli dopo un po’; si è portati a sperare con tutto il cuore che mentre ti abbaiano con rabbia e ti inseguono cercando di azzannarti i polpacci lungo strade polverose, si possano impalare contro un albero per rimanerci secchi, quadrupedi bastardi. Ma i veri sintomi di una concreta instabilità mentale li accusai pressappoco dopo nove mesi di schiavitù dentro e fuori l’ufficio postale di Cento: il serial killer che c’è in ognuno di noi era in fase embrionale e di lì a tre mesi mi avrebbe fatto compiere l’Insano Gesto. Dopo mi attendeva l’evasione in paradiso, nel mio mondo ideale, interiore ed esteriore. In quel periodo infatti, iniziai a gettare nell’immondizia le lettere che reputavo importanti destinate a persone che per dirla senza perifrasi mi stavano sul cazzo, avvelenai con polpettine al cianuro due o tre cani di zotici contadini, imbucai in molte cassette della posta lettere minatorie, topi morti, rane vive, persino siringhe con bigliettini con su scritto “salve, sono mister Aids”. Stavo impazzendo completamente. Quando in un lampo di lucidità (eccezionale se penso al crescente delirio cui ero in preda) mi resi conto che non potevo farla franca ancora per molto e che presto sarei sicuramente incappato in guai seri, decisi di congedarmi, non prima però di aver “messo in scena” l’Insano Gesto.
Mio padre era morto da circa cinque mesi e non appena incassati i soldi provenienti dai beni del defunto genitore, prenotai il volo per Cuba, sola andata. Ero d’accordo con Bubba che mi avrebbe raggiunto appena possibile dopo essersi licenziato dalla fabbrica di cotton fioc dello zio.
Il pappone di una delle zoccole che si portava in casa papà quand’era vivo, figa che anch’io ogni tanto ripassavo approfittando delle assenze del vecchio per impegni di lavoro, riuscì a procurarmi una squadra di lavavetri albanesi di otto elementi, tutti a mia completa disposizione per una cifra più che ragionevole. Si presentarono a casa di Bubba (ero suo ospite da qualche giorno visto che avevo venduto l’appartamento) con due furgoncini rubati. Salii su uno dei due automezzi di fianco a un tipo talmente losco che provai un brivido di paura e disagio quando accennai un “ciao ragazzi” e il suo sguardo rimase bieco e impassibile. Spiegai il piano e ci recammo a casa di Ugo, un contadino amico di mio padre quella settimana lontano da casa per un ricovero ospedaliero. Ci procurammo l’occorrente e ci dirigemmo all’ufficio postale; erano le quattro e trenta della mattina, quattro ore dopo avevo l’aereo per Cuba. In giro non c’era nessuno, la notte era fredda e brumosa e il lavoro che realizzammo fu impeccabile, da veri professionisti. Mi feci riaccompagnare a casa, pagai gli albanesi dopodiché Bubba mi accompagnò al Marconi di Bologna; ci salutammo con una strizzata d’occhio e prima di imbarcarmi mi raccomandai: “Non dimenticarti i giornali di questi giorni eh?!”. “Don’t worry! Ti porterò anche le cassette registrate dai telegiornali” mi assicurò il mio mentore.
Dieci giorni dopo Bubba mi raggiunse. Io mi ero già prodigato per contattare un paio di persone che ci avrebbero aiutato ad avviare la nostra nuova attività di barman scopatori e stavo solo aspettando che il mio socio mi venisse a dare manforte. Andai a prenderlo all’aeroporto; mentre su una sgangherata Buick del ’59 ci dirigevamo nel nostro alloggio provvisorio a L’Avana, Bubba mi disse: “Sei stato un grande Icio! L’Italia intera sta ancora parlando della tua impresa”. A quel punto non stetti più nella pelle. Accostai la macchina ad un marciapiedi e mi feci passare una pila di giornali che l’amico teneva custoditi in uno zaino. Mi bastò leggere poche righe della prima pagina del primo giornale del mucchio per avere conferma di quanto detto poco prima da Bubba: sì, ero stato un grande e la società civile e moderna e produttiva e coscienziosa, da allora in avanti mi avrebbe baciato il culo… “UFFICIO POSTALE DI CENTO COMPLETAMENTE RIVERNICIATO A LETAME”; “Nella notte ignoti imbrattano l’intero edificio con quintali di sterco: goliardata di pessimo gusto o vendetta? Gli inquirenti sono al lavoro”; “Lasciato messaggio di escrementi sull’asfalto antistante l’ufficio: BUON LAVORO A TUTTI!!!”.
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VIALE SOLITUDINE
Sabato sera di fine gennaio. Dopo aver trascorso un venerdì notte a bere porcherie in vari localetti della provincia, mi sentivo veramente giù. Tra l’altro il sabato sera dalle mie parti è il giorno consacrato all’uscita con la morosa, per cui quella sera sapevo già che uscendo e recandomi al punto d’incontro della mia compagnia, il BarBaro, avrei trovato solo Fetuso e Smoke, gli unici due sfigati insieme a me, che nessuna donna avrebbe mai filato, nemmeno per pietà.
Uscii di casa senza fare tappa al BarBaro e mi diressi in città. Mi era venuta un’idea carina: siccome erano già più di tre mesi che non scopavo (l’ultima volta era stato con una stupenda prostituta di Amsterdam, l’estate scorsa, quando mi recai in Olanda con Smoke), una bottarella con una bella slava – per me le migliori tra quelle che battono i viali cittadini – ci stava a pennello. Vorrei far notare che in vita mia ho quasi sempre scopato in cambio di denaro, ma per quelli come me, “brutti, sporchi e cattivi”, è dura tirare avanti altrimenti. Siamo figli della solitudine e prendiamo a calci in culo la vita, perché è lei che ha bluffato buttandoci nell’arena disarmati.
Giunto sui viali accostai la Panda al marciapiedi; avevo notato una ragazza dal viso dolcissimo che non doveva avere più di ventidue ventitré anni.
“Come ti chiami?” le chiesi.
“Maida.”
“Quanti anni hai Maida?”
“Sedici.”
Quando mi disse così provai un fremito di compassione per quella fragile creatura, probabilmente incappata in qualche giro malavitoso e strappata agli affetti più cari per vendere la sua purezza in una lontana e squallida città italiana. No non sono uno schifoso, pensai, non la userò come ho usato tutte le altre puttane; la amerò se mi permetterà di amarla.
“Quanto vuoi per sco… fare l’amore?” domandai, consapevole del fatto che stavo rischiando doppiamente ad adescare una prostituta minorenne.
“Cinquantamila bocca figa. No culo.”
“E in camera? Ce l’hai la camera?”
“Camera centomila.”
Andammo nel suo appartamento, un buco dove chissà quanti uomini – turpi derelitti come me – erano già passati. Era un angusto monolocale con un bagno sudicio e piccolissimo ed un letto a due piazze. Quest’ultimo era l’unico oggetto della stanza a sembrare pulito; tutt’intorno invece, pur senza notarsi chiaramente, si percepiva un senso di sporcizia, disordine e squallore. C’era puzza di piscio e fumo misti a profumo (forse quello usato dalla ragazza), tanto da rendere l’aria sgradevole, piuttosto nauseabonda.
Volli parlare un po’ prima di consumare la prestazione insieme ad un’altra fetta di autostima, ma Maida non aveva voglia di ascoltarmi. Iniziai ad accarezzarla, lei si alzò dal letto di scatto e andò in bagno. Andai in bagno anch’io e la sorpresi chinata sul lavandino intenta a tirare della coca. Puah!, la coca: l’anno scorso con una prostituta nigeriana feci una figura terribile; non che mi importasse troppo fare figuracce con le puttane ma quella sera, sul mio Pandino, dopo aver tirato della fecola il mio gioiello non ne volle sapere di alzarsi, era morto stecchito. A me quella roba fa quell’effetto lì, è per questo che non la uso mai se devo scopare.
Maida mi chiese generosamente se volevo favorire e io ovviamente rifiutai. Tornammo in camera e cominciammo a spogliarci; tentai di baciarla ma lei si arrabbiò e respinse le mie labbra lontano dalla sua bocca. Stupida puttanella, pensai in quel momento, se solo fossi meno fredda e più accondiscendente potrei anche cambiarti questa tua vita di merda, farti uscire da questo schifo. Fantasticavo un’esistenza più decente per lei e per me, insieme; io salvavo la sua vita e davo una svolta alla mia, come in quelle favole che finiscono con il classico “e vissero tutti felici e contenti”. I miei sogni ad occhi aperti vennero bruscamente interrotti quando mi infilò un preservativo e cominciò a lavorare di bocca. Pochi istanti dopo la penetrai e me ne venni dopo pochi colpi mentre lei fingeva di godere. Tutto era finito, come finita era la mia dignità.
Quando salii in macchina per tornare verso casa a vedere di recuperare Fetuso e Smoke, mi venne da piangere. Pensai a Lisa. Lisa è l’unica ragazza che considero mia amica; siamo cresciuti insieme, dall’asilo fino alle scuole superiori. Solo che mentre io sono sempre stato cotto di lei, lei mi ha sempre considerato come un fratello. Non ho mai capito come funzionano ste cose da donne, fatto sta che la storia è questa: siamo diventati adulti e mentre io sono rimasto il povero innamorato non corrisposto che per campare fa l’operaio in una ditta che produce suole per scarpe, Lisa è diventata una stimata arredatrice che ha sposato Michele Bonfiglio, quel bullo di un nostro compagno delle superiori, avvocato, ricco, bello e tanto stronzo.
Non so perché pensai a queste cose; a volte il passato ritorna a ricordare ai falliti che sono tali. “Se mi si guardasse per quello che ho in fondo al cuore, forse, potrei illuminare due sentieri sterrati e farne una strada lastricata d’oro” riflettei sostituendo Lisa con Maida nella mia mente.
Mentre imboccavo un tratto di viale per immettermi in tangenziale, non vedo la Mercedes del Bonfiglio con lui alla guida che carica una Nigeria! Da non crederci, cioè, sapevo che era sempre stato un dongiovanni a cui bastava una strizzatina d’occhio per farsi tutte le ragazze che voleva (e quante se ne era fatte!!!), ma adesso che era sposato con Lisa e aveva tre figlie piccole pensavo si fosse calmato. E poi a puttane non ce lo vedevo proprio, pensavo che uno come lui non sapesse neppure cosa fosse una prostituta. Guarda guarda Michelone: pensi al diavolo e spuntano le… corna… povera Lisa! Gli sono stato dietro per un po’ con la Panda, poi ho messo la freccia, mi sono affiancato alla Mercedes e ho suonato il clacson; quando si è voltato posso assicurare che se avesse visto un fantasma avrebbe assunto un’espressione meno grottesca e spaventata. Gli ho strizzato l’occhio salutandolo, l’ho sorpassato e sono tornato verso il BarBaro.
Anche se l’affetto e l’amicizia che ci lega – nonché, non posso negarlo, un briciolo di antipatia e invidia nei confronti di Michele – mi invoglia a farlo, a Lisa non dirò niente. Forse perderei anche il “premio di consolazione” dell’amicizia, forse non mi crederebbe mai, forse rovinerei solo una famiglia felice o pseudotale. E comunque non sono fatti miei, il buon marito può stare tranquillo. Lisa ha fatto la sua scelta, ha trovato l’uomo dei sogni, il buon partito, e credo che morirà ignara di quello che c’è sotto la maschera, ignara come Maida, ignara di ciò che le avrei potuto dare se mi avesse mostrato dolcezza, comprensione… amore. Ci sono talmente tante persone finte là fuori; basta abbassare un attimo il finestrino della Panda che l’odore di falsità invade l’abitacolo. Tra i miei pochi pregi, sono orgoglioso di avere almeno quello dell’onestà e della sincerità. Nessuna maschera può coprire quello che sono, uomo nudo, solo e deluso.
Che strano, una volta messo piede dentro al BarBaro, rivisti Smoke e Fetuso, ero tornato di buon umore; una strana felicità mista a un forte senso di malinconia permeava il mio cuore. Mi sono sentito come il biglietto del primo premio della lotteria miliardaria smarrito dal possessore: varrei una fortuna, ma non verrò mai incassato.
AX 309 ALLA CONQUISTA DEL
MONDO
Nella galassia di Dertan 69, tra i pianeti del sistema kalare Om di Stikhwq 41 e Hxwlq 27, a 57000 radiofotometri da Bulbar 7, gravita Ax 309, il più grande pianeta satellite di Neolt Vzwesh 12. Qui, su una superficie di 5000 radiofotometri biquadrati vive una popolazione di 17 milioni di abitanti, né uno di più né uno di meno. Ciò avviene grazie alla politica di controllo demografico esercitata da Kexo Sa(?) Baba (il megacomputer-governo di Ax 309), politica che elimina completamente i rischi di sovrappopolazione delle aree abitabili, ovvero un millesimo dell’intera superficie planetaria essendo questa quasi interamente ricoperta dai due grandi oceani: il Mare di Plawfkjugyr e l’Oceano Enolico. La stabilità demografica viene garantita da invisibili microchip – detti placche endocardiache - che vengono inseriti nel cuore di tutti gli axissi, indiscriminatamente, il giorno stesso in cui vengono alla luce e che al raggiungimento del decimo anno kalare rilasciano una potente scarica elettrica (inviata dal Centro Dati Anagrafici di Kexo Sa(?) Baba) la quale uccide sul colpo l’anziano di turno. Non c’è alcuna possibilità di procrastinare tale data, ma qualche axisso temerario ha osato insinuare – arrischiando la sua stessa incolumità – che qualche ricco e facoltoso personaggio molto vicino all’entourage di Kexo Sa(?) Baba abbia abbondantemente superato i cinquanta anni kalari.
Anche chi non è in grado di produrre un utile o arreca danno alla collettività viene liquidato attraverso la placca endocardiaca. Non è un caso se su Ax 309 non esistono disoccupati, handicappati fisici e mentali, ladri, assassini; non esistono attività illegali quali lo spaccio di droga, armi o altro e la prostituzione è stata abolita nel 198 d.b. (dopo baba) con il decreto sull’igiene pubblica. All’interno della società axissa, le tensioni, i focolai di rivolta, l’opposizione al totalitarismo del regime del megacomputer-governo sono assolutamente inesistenti e le guerre sono solo un remoto ricordo dei tempi prima della messianica comparsa di Kexo Sa(?) Baba.
Il sesso è una pratica vietata se non a livello virtuale ed è esercitato in appositi luoghi detti Sexnet, dove axissi maschi e femmine hanno rapporti copulatori “protetti” dai libidrons, i computers addetti a tali mansioni. Il maschio axisso da quando il regime babaro è al potere (cioè da più di due milioni di millenni protokalari) non ha più avuto veri e propri rapporti sessuali con l’altro sesso e le axisse sono frigide per più di due terzi, avendo come unica possibilità orgasmica l’uso del cybervibrator, una sorta di elettrostimolatore mentale. Rimangono incinte solo tramite inseminazione artificiale, esercitata nel C.C.AX., il Centro Criobiologico della capitale Luxar Peyota, unico produttore intergalattico del Supersperma MMM Vergud. L’omosessualità è una pratica illecita e punita con la morte al pari di chi viene accusato di “presunta attività masturbatoria”.
Ho già riferito che non esiste spaccio di droga, ma Kexo Sa(?) Baba una volta alla decimana elargisce agli axissi una dose dell’unico stupefacente legalizzato: la Lotteria Planetaria. Il bulbarqwak – giorno della decimana compreso tra la dertanhyxq e l’om astrale – gli abitanti di Ax 309 acquistano una drugcard (in axisso yxyxwowq) con i numeri della lotteria e riunendosi in grandi saloni detti rinkoholl, si inebriano di illusioni psichedeliche nell’attesa che il cervellone elettronico Kama Pii(!) Ry (della famiglia di Kexo Sa(?) Baba) estragga i numeri vincenti; poi, terminato l’effetto stupefacente, axissi e axisse (n.b: su Ax 309, non esiste il sostantivo o l’aggettivo al femminile di axisso: anche se io lo adopero è corretto solo il termine axisso maschio e axisso femmina) tornano ad immergersi nella depressione delle loro tristi vite predeterminate.
L’unico sport (zswrf) praticato è il pusshvuul, una specie di gioco del calcio e del basket mixati insieme; c’è anche un campionato mondiale di pusshvuul, a diciotto squadre e con una particolarità: per non creare polemiche, risvegliare vecchi campanilismi sopiti o riscaldare gli animi assonnati degli axissi, tutte le partite sono obbligate a terminare in parità cosicché non ci sono mai né vincitori né vinti.
Non esiste alcuna forma d’arte. Le città (oltre a Luxar Peyota le metropoli più importanti sono Saqw e Bjok Luz) appaiono come immensi blocchi di cemento senza traccia di vegetazione. Nessuno vive fuori dalle città e gli abitanti di questi asettici agglomerati urbani non hanno altro svago, all’infuori del lavoro, che rintanarsi in appartamenti bunker (divisi in appartamenti maschili e appartamenti femminili) a guardare gli unici programmi televisivi che Kexo Sa(?) Baba manda in onda: monotoni talk show propagandistici che annientano la volontà dello spettatore con potenti stimolazioni subliminali.
Non è un caso se tra tutti i pianeti che compongono la galassia di Dertan 69 Ax 309 è quello con la più alta percentuale di suicidi. L’aspirante suicida attua l’azione mortale mediante implosione cerebrale, una particolare caratteristica del metabolismo axisso: grazie ad essa, quando si desidera porre fine alla propria esistenza, il cervello invia un input al cuore centrale (gli axissi hanno un cuore centrale e due periferici) il quale fa cessare le pulsazioni anche degli altri due cuori; ciò si verifica nel giro di pochi secondi entro i quali all’interno della scatola cranica scatta una reazione a catena che porta ad un totale sfaldamento neuronico. Si forma così una densa poltiglia cerebrale che verrà successivamente raccolta dai parenti del defunto e offerta in dono a Kexo Sa(?) Baba per alimentare le sue funzioni vitali.
Nelle varie contee-stato che formano la geografia del pianeta satellite di Neolt Vzwesh 12, l’ordine pubblico è mantenuto senza grossi sforzi e Kexo Sa(?) Baba ha un esercito personale di 2000 axissi addestrati e pronti a tutto per proteggerlo da eventuali – ma mai verificatisi – attentati.
Il livello tecnologico esistente è assai elevato, soprattutto in campo militare e nella ricerca spaziale, tanto che sofisticatissime astronavi (dette ljkxas) esplorano da diversi anni kalari le galassie più remote.
Kexo Sa(?) Baba si stava nutrendo con la poltiglia cerebrale di alcuni suicidi quando venne interrotto dall’improvvisa apparizione di Sox*Yuff e Ru(:)Kay, gerarchi molto influenti all’interno della dittatura esercitata dal megacomputer-governo.
“Divino Baba” disse Sox*Yuff, “siamo venuti a informarti del ritorno della ljkxas Quasar 7 dalla missione spaziale 12564 per la scoperta di nuovi mondi da colonizzare.”
“Sì, Divino” intervenne Ru(:)Kay, “il comandante HaHe la attende qui fuori: è ansioso di incontrarla. Dice di aver scoperto un pianeta chiamato Terra, ottimo obiettivo – a parer suo – per le mire espansionistiche di Ax 309.”
“?….!..!!..**??/(!)::..” tagliò corto Kexo Sa(?) Baba, che tradotto dal codice informatico axisso significa: “Che aspettate? Fatelo accomodare!”
Il comandante HaHe entrò trionfante nella grande sala controllo dalla quale il megacomputer-governo sorvegliava e dirigeva l’intero pianeta.
“**Xy..?!?,)!…:HaHe.” (“Mi dica tutto comandante HaHe.”)
“Divino Baba” proclamò HaHe, “la missione spaziale 12564 è stata portata a termine con esiti positivi e quasi insperati. Mai avremmo pensato di scoprire un pianeta chiamato Terra dai suoi abitanti talmente arretrato da poter essere invaso e sottomesso senza pericolo alcuno per noi axissi. Sono esseri arretrati i terrestri ed hanno sistemi di governo e società per molti versi simili al nostro; li si può forse paragonare agli axissi prebabari di due milioni di millenni protokalari fa. Ho provato – se mi consente una constatazione personale – una strana sensazione nello spiare gli esseri umani (la razza più evoluta della fauna terrestre): mi è parso che noi axissi fossimo già stati su quel pianeta o che derivassimo da una razza infinitamente più evoluta di uomini nata sulla Terra.”
“Yxx/..:!?;?!,,..:?!!!” interruppe Kexo Sa(?) Baba. Gli aveva ordinato di partire immediatamente con un seguito di trenta ljkxas da guerra. Non c’era tempo da perdere; altri esseri viventi di altri pianeti avrebbero potuto conquistare la terra prima di Ax 309.
HaHe partì ma quando dopo 12000 Hj+ (anni monokalari) arrivò sulla Terra ebbe la sgradita sorpresa di notare che l’intero orbe terracqueo era già stato colonizzato. Senza neppure rischiare di perdere ljkxas in battaglia fece ritorno alla base. Quando si ritrovò a rapporto dal Divino Baba, HaHe non seppe spiegare esattamente chi fossero gli extraterrestri che li avevano anticipati. Disse solo che laggiù, in un tempo che i terrestri misurano indicandolo come “Ventunesimo secolo”, gli uomini hanno lasciato il posto ad umanoidi del tutto simili agli axissi.
Kexo Sa(?) Baba commentò così: “Faah pipiacerr… re ke illo nostrro sixtemma dii vitta ffunnscioni ank sup alltros monds!”.
Qualche temerario osò insinuare che anche nel megacomputer-governo qualcosa stava cambiando.
TORTELLINO
La
storia che sto per raccontarti ora e della quale sono stato testimone
“obbligato” sembra uscita direttamente da un film dell’orrore, ma ogni singolo
fatto che avviene in essa è pura, raccapricciante realtà. La racconto
esclusivamente a te perché sono certo che non svelerai mai a nessuno il
contenuto di questa missiva: se ti conosco bene come credo, ho questa
sicurezza.
E’ molto probabile che anche tu mi
conosca: sono Gilberto Biagi e vivo nello stesso ameno paesello di campagna
dove tu sei cresciuto e dove a lungo hai abitato prima di diventare un
affermato scrittore fuori da qualsiasi schema. Come presumo tu possa sapere, di
mestiere faccio il coltivatore diretto: sono un contadino, come amo ancora
definirmi orgogliosamente. Io e la mia famiglia – moglie e tre figli di tre,
sei e otto anni – possediamo un piccolo podere a ridosso degli argini del fiume
Teno e la nostra casetta, ivi costruita, è piccola ma tanto accogliente. Tutti
in paese ci vogliono bene. Generosità e disponibilità sono doti che io e mia
moglie Fiammetta andiamo fieri di possedere.
Ora, io non sono molto bravo a scrivere;
sì e no avrò letto una decina di libri nella vita (tra i quali due dei tuoi!),
ma questa storia mio carissimo e inconsapevole pigmalione, deve essere
assolutamente raccontata, anche perché i media e il processo che seguì al
famosissimo caso dei cinque ragazzi di Cargi scomparsi (nel quale sono stato
anche chiamato a deporre), non hanno mai fatto luce sulla vicenda e questo lo
sai bene anche tu.
Veniamo ai fatti. Il venticinque giugno
dell’anno scorso ero solo in casa. Fiammetta e i miei figlioli Luca, Lia e
Leika, si erano recati in paese per fare delle compere. In un raro momento di
relax giornaliero io stavo guardando la televisione, quando udii bussare alla
porta. Andai ad aprire e mi trovai di fronte la facciona tonda e imporporata di
Pino Pulga, il mio vicino di casa. Notai subito il suo sguardo fermo e deciso,
ma prima di raccontarti ciò che accadde un istante dopo, voglio spiegarti bene
chi è Pino Pulga e perché il suo folle gesto mi scosse così violentemente e per
sempre dalla mia adorata monotonia quotidiana.
Forse pure tu conoscerai qualche
particolare della vita di Pino, detto Tortellino a causa del suo pantagruelico
appetito, però io ti farò luce sulla vera storia del mio amico. Amico? Più che
amico: un’amicizia fraterna ci legava sin dall’infanzia; la sua giovinezza era
filata via insieme alla mia senza grossi scossoni, almeno per quel che mi
risulta. La nostra più grande differenza stava nel fatto che lui odiava il
clima moralista , ipocrita e buonista di Cargi, a sua detta paese troppo
soffocato dall’afa cattolica dei suoi abitanti. Io invece sono sempre stato un
buon cristiano praticante senza che ciò interferisse nel nostro rapporto: io
rispettavo lui e lui rispettava me, soprattutto perché non mi includeva nella
categoria di persone sopra citate.
Si era sposato due anni prima che mi
sposassi io, ma qualche settimana prima del giorno delle mie nozze con
Fiammetta, la moglie di Pino morì in un incidente stradale alle porte del
paese: era incinta di tre mesi come ricorderai forse dalle cronache regionali e
nazionali del tempo. Neppure io lo sapevo. Il povero Tortellino uscì distrutto
da quel dramma e dopo aver mascherato con immenso sforzo il suo dolore,
partecipò al nostro matrimonio, poi, conclusasi la cerimonia sparì nel nulla.
Non ebbi sue notizie, come del resto
l’intera nostra comunità (non aveva neppure parenti in vita), per circa sei
mesi. All’improvviso eccolo riapparire di nuovo: era dimagrito almeno dieci
chili e i suoi ispidi capelli neri erano ora brizzolati; la sua carnagione mi
sembrava molto più olivastra di quanto ricordassi. Pareva un’altra persona. O
forse, più semplicemente, era un’altra persona.
Durante la sua assenza gli avevo curato l’orto e badato la casa; mi
ringraziò calorosamente per questo ma non mi volle dire cosa aveva combinato in
quei sei mesi. E nessuno lo seppe mai, tanto che le congetture più assurde e
fantasiose si alimentavano quotidianamente nella piazza di Cargi.
Tortellino tornò alla sua vita di sempre
nei campi, con la solita dedizione e sacrificio. Aveva cambiato solo
l’abitudine serale del bar e della briscola tra amici: in effetti non usciva
mai in paese se non una volta alla settimana per fare qualche spesa. Io lo
invitavo spesso a cena a casa nostra, ma lui rifiutava sempre garbatamente. Si
era chiuso in un mutismo cupo, dal quale nulla pareva destarlo. Nessuno avrebbe
riconosciuto in Pino il burbero ciarlone che era una volta.
Visse così, in mesta solitudine per circa
dieci anni. Poi si giunse al venticinque giugno. Aperta la porta mi vidi
puntare contro il fucile a canne mozze di Tortellino: “Seguimi senza tante
storie” mi disse in tono minaccioso. Ovviamente eseguii i suoi ordini
nonostante la sorpresa e l’angoscia mi anchilosassero le gambe. In assoluto
silenzio mi condusse nella sua stalla e qui mi legò le mani ad un vecchio giogo
appeso al muro, poi con voce cordiale, quasi addolcita d’incanto, mi disse:
“Non ti preoccupare caro Berto, non ti accadrà nulla. Ora assisterai al
processo, allo spettacolo della morte che entra in scena per recitare pagine di
giustizia.”
Davanti a me si ergeva una specie di rozzo
teatrino, costruito probabilmente in poche ore da Pino non molto tempo prima,
dato che il giorno antecedente, passando accanto alla stalla non avevo notato
nulla.
Si aprì il sipario (un lungo lenzuolo
rosso appeso ad una trave) ed io sgranai gli occhi: cinque ragazzi erano legati
ed imbavagliati su altrettante sedie sistemate sopra un tappeto di nylon.
Impiegai diversi secondi per capire che erano cinque giovani del paese, tutti
figli o parenti di persone che conosco (e credo pure tu) molto bene, gente di
chiesa che incontravo tutte le domeniche nella Casa del Signore e con la quale
mi intrattenevo spesso a chiacchierare di cose più o meno futili. Come sai bene
quei ragazzi erano: Giacomo Lenzi, di ventinove anni, figlio del diacono
Giovannino Lenzi; Guido Fabbri, di venticinque anni, figlio del sacrestano
Paolo Fabbri; Samuele e Primo Tassi, di venticinque e ventisette anni, nipoti
di don Gino Tassi; Roberto Zaccarini, di ventisette anni, figlio della perpetua
Ilenia Boselli.
“Ti prego Pino, non fare
pazzie! Cosa vuoi fare a questi ragazzi?” lo implorai.
“Prima di eseguire la condanna, voglio
raccontarti una storia…”. E mi fece finalmente luce sul suo dramma e sulla
“latitanza” iniziata dopo la morte della moglie. Ecco i fatti.
La notte dell’incidente, un amico di quegli
stessi cinque ragazzi (ricordi Marco Cappato, il figlio del gommista?) che
vedevo ora terrorizzati davanti a me, si era recato da Pino e gli aveva
rivelato che i suoi amici avevano scagliato una grossa pietra giù dal ponte di
San Rocco, sito poco fuori Cargi, e avevano centrato in pieno il parabrezza
dell’auto su cui viaggiava la consorte del Pulga. La donna, che andava a forte
velocità, si schiantò contro il muro di recinzione di una villetta
disintegrando completamente la vettura. Siccome la pietra non venne rinvenuta e
nessun testimone aveva assistito al sinistro, i carabinieri archiviarono la
pratica e Maria Cappellari in Pulga risultò deceduta per incidente
automobilistico causato da un presunto colpo di sonno e dall’alta velocità.
Marco raccontò a Tortellino di aver
cercato di impedire il folle gesto ma una volta centrato il bersaglio era stato
seriamente minacciato di non aprire bocca sull’accaduto. Disse anche che dopo
la disgrazia i cinque giovani se ne erano andati felici e chiassosi a festeggiare
l’impresa in un pub non lontano. Il Cappato se ne era tornato a casa sconvolto
e alcune ore dopo sarebbe andato a far visita allo straziato Pino, il quale lo
pregò di non rivelare a nessun altro ciò che gli aveva appena confidato: nella
sua mente e nel suo cuore in quel momento si era spezzato qualcosa. Ricevute le
dovute garanzie, Tortellino attese impazientemente il giorno del mio
matrimonio, dopodiché fece i bagagli e partì, così, senza meta per le strade
italiane. Covando la sua vendetta si stabilì per un mese ad Ortona, in casa di
un amico di vecchia data con il quale aveva fatto il militare anni addietro; si
trasferì poi a Gaeta, non so bene per quale motivo, ma qui (eeeh i casi della
vita!) vinse tre miliardi al Totocalcio. Questo fatto lo portò inevitabilmente
a rivalutare alcuni aspetti della sua vita futura. Decise così di starsene
lontano da casa ancora qualche mese; in tal modo il suo piano avrebbe avuto il
tempo di essere meticolosamente perfezionato. Andò in Francia, a Marsiglia, dove
stette per altri due mesi ospitato da parenti della defunta moglie, poi via di
nuovo, questa volta destinazione Messico. Quando rientrò a Cargi, il suo
diabolico disegno era perfettamente delineato nella sua mente di uomo provato.
Dieci anni ci vollero prima che mettesse
in atto il suo progetto; non aveva fretta, lasciava che la vendetta covasse
sotto la cenere del suo cuore bruciato. Alcuni anni prima aveva tentato di
mettere in pratica la ferale serie di alchimie cerebrali propedeutiche alla
riuscita del suo scopo, però non si erano verificate le condizioni favorevoli.
Poi, eccoci al momento della resa dei conti: i cinque amici abboccarono tutti
alla storia che Tortellino fece raccontare loro da Marco Cappato,
precedentemente “ricompensato” con un centinaio di milioni della super vincita
al Totocalcio.
“Ragazzi, la casa di Tortellino è
momentaneamente incustodita. Lui è lontano da casa per motivi di salute e… beh,
si dice in giro che abbia oro e preziosi per miliardi sparsi là dentro.” Così riferì Marco e tutti e cinque gli
inseparabili compagni abboccarono all’amo della mortal punizione. Quando quella sera entrarono nella casa
“incustodita” del mio amico, si ritrovarono come il giorno dopo mi trovai io,
con il fucile puntato contro. Pino li costrinse a bere del sonnifero per non
avere problemi nel legarli ed eccoli tutti lì in fila, svegli e impauriti come
non mai.
“Ma perché vuoi farmi vedere tutto questo
Pino? Perché proprio a me?” E se tornassero mia moglie e i miei figli?” dissi
io.
“Tua moglie e i bambini non rincasano mai
prima di mezzogiorno durante l’estate ed ora sono appena le dieci e quindici.
Per quanto riguarda te amico mio, è proprio perché ti voglio bene se sto
cercando di aprirti gli occhi.”
“Che vuoi dire? E se decidessi di riferire
tutto alla polizia? Tu… tu sei pazzo! Stai per commettere un crimine pauroso!”
Seguì una lunga pausa. Riprese: “No Berto,
non racconterai niente a nessuno. Quando ti avrò liberato, tu sarai dalla mia
parte. Sarai anche tu un uomo diverso.”
Lo osservavo allibito. Sentivo la gola
secca e stavo probabilmente cercando di fare un ultimo tentativo per farlo
desistere dal suo intento quando pose fine alla discussione. Il verdetto ormai
era stato emesso: “Chiunque creda nella giustizia terrena o celeste è solo un
fesso. Questa è la nemesi storica che distrugge il frutto marcio di un albero
putrescente. Questa è la vera giustizia.” Dichiarò questo, dopodiché infilò una
specie di toga da giudice, afferrò un machete affilatissimo e diede inizio alla
mattanza. Enunciato in tono solenne il nome, l’età e il grado di parentela che
legava ogni singolo ragazzo al già citato padre, madre o zio, mozzò loro la
testa uno ad uno, in una escalation adrenalinica di accecante delirio.
Stranamente non provavo ribrezzo nel
vedere tutto quell’orrore. Mi vennero in mente le parole pronunciate da
Tortellino poco prima: “Quando ti avrò liberato, tu sarai dalla mia parte.
Sarai anche tu un uomo diverso.” Stentavo a crederci; non potevo essere io,
Gilberto Biagi, cristiano praticante, buon padre di famiglia e lavoratore
indefesso quel mostro che quasi provava un senso di sollievo nell’assistere a
quel massacro. Eppure…
Pino avvolse i cadaveri nel nylon, li
caricò sul suo furgoncino e dopo avermi liberato si scusò per come mi aveva
trattato. Mentre mi parlava mi scrutava con sguardo ipnotico, al quale io non
seppi reagire se non per dire con voce fievole “ci vediamo”. Andò a murare quei
corpi e quelle teste tagliate nel cemento che avrebbe fatto da fondamenta alla
villetta che stava costruendo a Pive, non lontano da Cargi: voleva poi
trasformarla in un ospizio per anziani il buon filantropo.
Rientrato in casa dalla stalla dell’amico
quella mattina, fu solo allora che mi resi realmente conto di ciò che era
accaduto. Quei ragazzi erano tutti figli o nipoti di gente religiosissima che
come il sottoscritto aveva intravisto nella Chiesa e in Gesù nostro Signore la
strada giusta per garantirsi la felicità terrena e l’eternità celeste,
purtroppo però non avevano fatto i conti con la dannazione dei loro giovani,
nonostante i loro rigidi ed univoci canoni di educazione avrebbero voluto
imporre ben altri insegnamenti. Quando rincasò mia moglie decisi di non
proferir parola sull’accaduto: tra me e Tortellino, non so come e perché, in
quella stalla si era creato un tacito accordo di collaborazione.
Alcuni giorni dopo la scomparsa dei cinque
giovani, le indagini della polizia (non riesco a spiegarmi come possano aver
fatto!) si incanalarono proprio nella direzione di Pino, ma al processo durante
la mia escussione lo scagionai affermando che la notte in cui erano spariti i
ragazzi, egli era in casa sua in compagnia dello spirito della moglie e del
frutto che portava in grembo. E devo aggiungere che durante le varie udienze,
la disperazione di quei parenti distrutti dal dolore non ha mai minimamente
impietosito il mio cuore.
Il mistero della sparizione dei cinque
giovani cargilesi è a tutt’oggi uno dei grandi casi insoluti della giustizia
italiana; anche se – permettimi la considerazione – paradossalmente, non poteva
esserci giustizia più equa di quella esercitata da Pino. Dopo tutto non ha
fatto altro che liberare il mondo da cinque parassiti e l’estate prossima io e
la mia ignara famiglia , andremo a trovarlo allo “Scalpo” di Acapulco, il
ristorante sull’oceano che ha aperto da poco, dove potremo gustarci le
specialità italiane e messicane tornando finalmente a sorridere sul futuro che
ci attende.
Cordiali
saluti,
Un ammiratore
L’UNGHIA DI ARRATE
Benidorm doveva essere la meta di una vacanza da sballo, di quelle da rievocare negli anni come la madre di tutte le ferie, il nonplusultra del divertimento, un’avventura da raccontare agli amici per far loro invidia e farli pisciare addosso dalle risate non appena ne avessimo sviscerato gli aneddoti più gustosi e persino i più insignificanti. Beh… così non fu. Ci sorbimmo ventuno ore di pullman solo per il viaggio di andata, ma questo è niente, eravamo preparati; pensavamo che ne sarebbe valsa comunque la pena. Non appena giungemmo a destinazione però, venimmo accolti da una sorpresa niente affatto simpatica: il nostro appartamento – prenotato con le migliori garanzie da parte dell’agenzia viaggi – era un sordido tugurio al decimo piano di un fatiscente palazzo privo di ascensore, ubicato in uno squallidissimo quartiere a cinquecento metri da una lurida spiaggia ispanica.
“No problem!” dissi io per ringalluzzire l’animo sfiancato dallo sbigottimento e dalla stanchezza dei miei compagni di ventura, “è ora di tirare fuori il nostro spirito di adattamento. Fottiamocene e divertiamoci”.
Questo era quello che pensavano anche loro, ma un secco “vaffanculo” proferito dalla bocca di Isola mi convinse a tacere per un po’.
Eravamo partiti in quattro: io, Isola, Tano e il Cipputo. Tornammo a casa in due, nel senso che Isola e il Cipputo infarcirono talmente tanto i loro corpi con alcol e droghe che quando rientrammo in Italia, impiegarono due settimane per snebbiare la mente e riassumere una sia pur minima parvenza umana. Per quanto riguarda Tano, non fu di grande compagnia; infatti due giorni dopo il nostro arrivo in Spagna conobbe un ricco pederasta francese e passò quelle due settimane sullo yacht di Pierre Cocteau (detto il Marchese) tra effeminati giovincelli e glabri nonché nerboruti ragazzi in cerca di amore omo. Io trascorsi la prima settimana nell’allegra combriccola del Cipputo e di Isola, mentre i rimanenti giorni fluirono in uno stato di ascesi dove mi ritrovai a contemplare quella sconvolgente prima settimana. Se mai nella vita di un uomo si può parlare di punto di svolta drastico, io svoltai drasticamente proprio allora.
Maria Giovanna, coca, hascisc, ecstasy, lsd, e chi più ne ha più ne metta; ci stavamo talmente appassionando al culto della droga che non uscivamo quasi più di casa. Eravamo curiosi di provare ogni tipo si sensazione addotta dalle sostanze stupefacenti. Per sei giorni non vedemmo né mare né sole, vivevamo di notte tra discoteche, rave party e locali di tendenza: qui mettevamo in pratica gli esiti e gli effetti del nostro hobby quotidiano. Fu proprio una di quelle sere che conobbi, al famoso Eku’s di Benidorm, Arrate, giovin pulzella basca dalle forme sinuose e dal tenero visetto.
Come ero fatto quella sera non lo sono mai stato, né mai lo sarò più – ne sono certo – in vita mia; ad ogni modo, non ricordo come, feci colpo sulla spagnoletta e la invitai al bancone del bar a bere qualcosa. Dopodiché seguii il classico rituale del giovane arrapato bramoso di sorcetta umida: piantai la lingua in bocca ad Arrate e la invitai al nostro appartamento. Non ci fu problema, ella già pregustava – come me d’altronde – le gioie del sesso, così prendemmo un taxi e via, destinazione Avenida de Mierda, vicino a Plaza de Schifo. Quando arrivammo su al decimo piano, la ragazza mi sembrava in splendida forma e ancor più bella di quando l’avevo conosciuta un paio di ore prima. Tutti quei piani saliti a piedi però mi accompagnarono boccheggiante alla meta e per riprendermi andai in bagno a tirare un po’ di coca della scorta personale di Isola. Ne uscii come nuovo e zompai letteralmente addosso alla chiquita. Ci spogliammo l’un l’altra e quando fummo nudi e crudi le infilai la mia bella nerchia pulsante su per quel soffice orifizio peloso che era la sua figa; ebbe un fremito di piacere accompagnato da un lungo sospiro, purtroppo però ero talmente eccitato che me ne venni quasi subito, lasciandola inappagata.
“Excusame mucho” esclamai, “vado un momentito in bagno, e quando torno te inforco fino a romperte la fregna. Comprende?”
Questa mi faceva di si con la testa ma di sicuro non aveva capito nada. Comunque, vado in bagno a riassestarmi: cinquanta mila di benzina por favor… snifff… snifff e vamos; torno in camera e cosa vedo? Arrate a gambe aperte che si stava sparando un ditalino e gemeva, oh come gemeva quella troietta lussuriosa! Dissi: “Che Iddio abbia pietà di te!”. Era giunto il mio momento, Gigi era tornato in splendida forma, mi sentivo un leone pronto ad avventarsi sulla preda inerme. Dopo un po’ di preliminari penetrai la purchiacchella per il secondo giro e, beh, questa volta… tuoni e fulmini: la montai inizialmente nella posizione classica del missionario, poi la misi a pecora, infine fu lei a posizionarmisi sopra e qui venne tra spasmi violenti e grida da bovara. Io ne avevo ancora così decisi di metterglielo nel culo; a lei non dispiacque e un altro forte orgasmo la travolse. La mandai più volte in estasi poi anch’io me ne venni tra le sue belle chiappe sode. Quando chiusi gli occhi per rilassarmi pensai di avere appena terminato la più formidabile chiavata della mia vita.
***
Alle nove di mattina io e Arrate venimmo svegliati da Isola e dal Cipputo che rincasavano provenienti dal loro paese dei balocchi.
Dopo averla un po’ palpata Isola svegliò la ragazza che, imbarazzatissima, si rivestì senza aprire bocca; la salutai dandole appuntamento per quella sera stessa sempre all’Eku’s poi la congedai con un bacio. Vedevo tutto annebbiato e tornai immediatamente a letto, constatando che i Fratelli Tossici, come li avevo soprannominati io, erano già belli stesi. Dormivamo in un'unica stanzetta: io nel letto matrimoniale con il Cipputo mentre Isola aveva occupato il piano inferiore del letto a castello, il cui coinquilino doveva essere Tano. Ma chissà che letti frequentava lui la notte.
Verso le cinque del pomeriggio mi svegliai con l’odore del caffè che stava preparando Isola. Il Cipputo fumava una canna sul terrazzo e quando mi vide mi offrì un giro ma rifiutai perché avevo la testa che mi scoppiava. Bevvi il caffè mentre osservavo los amigos che con perseveranza davano inizio all’ennesimo drug party. Oltre alla testa mi doleva anche lo stomaco, per cui mi ridistesi nuovamente sul letto dopo aver ingoiato un paio d’aspirine.
A mezzanotte e trenta circa, il Cipputo e Isola mi svegliano: è ora di andare alla “carica”. Io non stavo benissimo ma mi ero almeno ripreso dal mal di testa e di stomaco; fu così che me ne uscii per la prima volta dall’inizio di queste vacanze lucido e sobrio. Rifiutai pure un pastiglino di non so cosa che mi passò Isola dicendo: “Grazie ragazzi, ma oggi time out. Penso che rientrerò domani nella Toxic Company.”
Quando arrivammo all’ Eku’s, i miei amici partirono in quarta alla ricerca di “carne” fresca da mettere sulla graticola della loro ardente euforia sessuale, mentre io, leggermente sofferente e un tantino abbacchiato mi sedetti su un divanetto sorseggiando un’aranciata amara. Ero lì che osservavo Isola darci di lingua con una quarantenne svedese quando mi resi conto di non ricordare assolutamente il volto di Arrate; nonostante mi sforzassi non riuscivo a focalizzare la sua fisionomia. Un fatto mi distolse da questi pensieri: una tipa grassoccia, butterata, con dei capelli unti e una pelle lucida da fare schifo si mise a sedere al mio fianco.
“Hola! Como estas?” mi dice.
“Bien!” rispondo io distrattamente.
Passano pochi attimi e connetto tutto: è Arrate. Come ho potuto portarmi a letto un cesso di figa come quello? Quanta merda ho ingerito e inalato per intravedere anche solo un leggero barlume di fascino o bellezza in quell’aborto d’una putrida fregna? Deglutii saliva più volte, inorridendo palesemente al primo tentativo che fece di baciarmi; scansai quelle labbra grottesche con agilità, poi in uno spagnolo stentato cercai di spiegarle che non stavo bene e che avevo intenzione di tornare subito all’appartamento. Lei sembrò rattristarsi a questa notizia ma… fanculo!, io me la diedi a gambe. Senza neppure avvertire Isola e il Cipputo, corsi a prendere un taxi.
Ero in casa da un’ora, sul terrazzo dell’appartamento a godermi la leggera brezza notturna e la splendente luna quando bussarono alla porta. Andai ad aprire un po’ infastidito per essere stato interrotto in quel piacevole momento contemplativo e chi mi trovai di fronte? Arrate. Aveva con sé un paio di bottiglie di vinello rosso di San Sebastian e un consistente pezzo di hascisc pakistano. Essendo io una persona abbastanza gentile e disponibile la feci accomodare; neanche il tempo di togliersi quell’orribile giacca kitsch che indossava che questa sgraziata creatura aveva già stappato la prima bottiglia. Non avevo nessuna intenzione di bere, ma quando mi resi conto che era l’unico modo per affrontare una situazione del genere, mi scolai tutto il vino che aveva portato nel giro di un’oretta. Finito che ebbi l’ultimo bicchiere, Arrate cominciò a gingillarsi con il mio Gigi e da quel momento non vidi più Arrate, non c’era più nessun barilotto nauseabondo davanti a me; c’era solo un buco nero, una foresta magica e rigogliosa, una Medusa che cercava di ipnotizzarmi il cervello e pietrificarmi l’uccello: ci riusciva benissimo.
***
Alle sette della mattina mi svegliai. Arrate era lì al mio fianco e ora, alla luce del giorno e con il cervello terso, risaltava in tutta la sua bruttezza. La osservai attentamente e… la annusai attentamente: come cazzo fa una persona appartenente alla specie umana a puzzare così tanto?! E soprattutto, come può uno come me scoparsi una “Cosa” del genere? Provai un certo malessere mentre passavo lo sguardo sui suoi capelli, poi sui fianchi pienotti, sul sedere grassoccio, le cosce, i piedi… aaaaaah, mamma mia! Questa non aveva dei piedi, aveva un paio di zampe in necrosi organica degenerativa, due cimiteri profanati dal Dio Putrido. Sgranai gli occhi non riuscendo a credere a ciò che avevo davanti: nel piede destro, su cinque unghie, tre erano nere di sporcizia, una era avvolta da un cerotto e un’altra ancora era nera probabilmente perché schiacciata. Idem per il piede sinistro, con l’unica differenza che aveva un dito, l’alluce, ancora vergine e incontaminato. E che tanfo! Andai in bagno e vomitai.
Sciacquandomi la faccia sotto il getto ghiacciato del rubinetto, pensai che se i miei amici (il Cipputo e Isola ad uno stato conscio per intenderci) si rendessero conto chi, anzi cosa mi sono chiavato, verrei sfottuto per il resto dei miei giorni. In fondo… chi se ne frega, al massimo ci faremo quattro risate!
Influenzato da quest’ultima gaia possibilità, mentre Arrate ancora dormiva mi baluginò in testa un’idea che colsi nella sua estemporaneità; presi la Canon che ancora non avevo tirato fuori dalla valigia e cominciai a fotografarla, immortalando più che altro quei due piedi che se non se li curava, un giorno quella povera ragazza si sarebbe ritrovata con dei moncherini o con protesi artificiali. Con l’autoscatto mi fotografai nelle posizioni più idiote: annusandole (fingendo!!!) i piedi, il culo, le ascelle… Si lo so che ero un demente delirante in questa valle di lacrime, il problema era che non mi dispiaceva affatto esserlo.
Quando verso le otto e trenta tornò a casa Isola con la sua svedesona (il Cipputo , come ho appurato in seguito, era a farsi sbocchinare da una minorenne olandese), venni come assalito da un raptus di follia isterica; svegliai Arrate a calci nel culo e la trascinai fuori dalla porta nuda, tirandole dietro i vestiti.
“Hijo de puta!” mi grida lei incazzata.
“Vai via balenottera di merda, e non farti più vedere!” replico io mentre ero già sotto la doccia a scrollarmi di dosso quell’alone di apocalisse, quella sensazione di aver contratto la peste bubbonica che mi aveva lasciato quella passera mefitica.
Lì, con l’acqua gelida che scorreva su tutto il corpo e che mi arrecava un piacere quasi orgiastico, venni colto d’improvviso da un grido proveniente dalla camera da letto. In procinto di essere cavalcato dalla Ingrid, Isola si era conficcato l’unghia dell’alluce marcio di Arrate nella chiappa sinistra. Mi precipitai in suo soccorso e gli estrassi accuratamente l’arma letale dal sedere poi, quando stava ancora imprecando, gli consigliai di andarsi a disinfettare se non voleva beccarsi il tetano o una qualche forma sconosciuta di virus. Aiutato da Ingrid, l’amico andò a detergersi la ferita in bagno da dove pochi istanti dopo lo udii proseguire l’amplesso sulla tazza del cesso.
In cucina stavo analizzando quell’unghia quando… visione celeste, crisi dell’Io… non so bene cosa mi accadde ma decisi che quel pezzetto disgustoso del piede di Arrate sarebbe diventato un cimelio, un amuleto da conservare, da adorare; un antisfiga, un portafortuna, insomma… la mia unghia custode. Dopo tutto mi aveva insegnato una bella lezione, anzi più di una, che misi in pratica a partire da quel giorno stesso: primo, basta con le droghe almeno quelle pesanti e in quantità smisurata; secondo, avevo fatto beneficenza a una ragazza inguardabile e potevo essere felice di aver fatto del bene, ma da allora in poi… solo offerte in denaro; terzo, ho imparato che alla disgregazione cerebrale e morale (la mia) e materiale (quella di Arrate) non ci sono limiti percepibili dagli interessati quando si entra nella spirale che porta verso il fondo; infine – ma questo l’ho imparato molto tempo dopo – io rilevavo in Arrate i tratti di una diseredata, un relitto ambulante, giovane ragazza che giocava la disperata partita contro la solitudine così come qualunque altra persona in grado di decodificare i miei comportamenti e la mia personalità corrosa e corrotta dalla precarietà esistenziale della vita stessa avrebbe inteso che non valevo né più né meno quello che valeva lei. C’era solo una differenza rilevante, e cioè che probabilmente Arrate non aveva e non avrebbe mai avuto la possibilità di condurre il gioco (sia bene inteso che non dico questo riferendomi al suo aspetto esteriore, valuto bensì la consonanza di spirito e materia, i quali mi suggeriscono che la spagnola era una persona scialba), mentre io la capacità di comandare il mio destino l’avevo avuta. Ma ho perso la partita.
***
A distanza di parecchi anni da quella vacanza in Costa Blanca, non ricordo quasi più nulla di quei giorni. Gettai via persino il rullino con le foto di Arrate prima ancora di tornare a casa e mai, mai ho riso di quelle avventure.
Tano si è stabilito in Thailandia a vivere nell’harem del Marchese e non ho più contatti con lui da almeno tre anni. Il Cipputo fa continuamente la spola fra il carcere ed una comunità per il recupero di tossici. Isola, beh lui è morto alcuni mesi dopo il rientro da Benidorm: sua madre lo trovò nel bagno con la siringa ancora penzolante dal braccio. La maledizione di Arrate non era stata esorcizzata con il disinfettante e non lo aveva perdonato.
Allora si voleva partire per spaccare il mondo; ci siamo spaccati noi stessi, trascinati nel vortice del nulla, nel vuoto che avevamo dentro e che non riuscivamo a colmare se non con “stupefacenti” giochi di prestigio. Come finì quella vacanza? Che importa come finì. Basti sapere che quando il proprietario dell’appartamento ci presentò il conto, noi lo saldammo senza sapere quanto alto era stato in realtà il prezzo pagato alla nostra voglia di evasione.
Quando ancora oggi osservo l’unghia di Arrate, che porto sempre al collo gelosamente custodita all’interno di un ciondolo di cristallo appeso ad una catenina d’oro, mi affiora alla mente il ricordo dei miei amici e i fantasmi della nostra giovinezza si materializzano a inquietarmi l’anima.
“Che cos’è quella schifezza che hai al collo?” mi chiedono spesso.
“E’ l’unghia di una Dea crudele” rispondo io, “che venne uccisa dall’ancor più crudele ferocia di un essere umano, il quale però si dovette portare appresso la sua maledizione per tutta la vita. Chi possiede quest’unghia può considerarsi – a contrario di quello che si è indotti a pensare udendo ciò che ho appena detto – molto fortunato. Posso affermare che è vero.”
E’ vero sì, altrimenti non sarei qui a scriverlo.
A.A.A. CERCASI DONNA…
…intelligente, affascinante, simpatica, dolce,
sensuale, ironica, disinibita, coccolona, acculturata, curiosa, perspicace,
artisticamente interessata, aperta al dialogo e buona ascoltatrice, disponibile
ad avere due, tre o quattro figli anche con limitate risorse economiche. Tel
Alex: 000 666999
Quando feci pubblicare questo annuncio sul Resto del Carlino l’estate scorsa, benché ci sperassi tanto, non avrei mai pensato di trovare davvero un tipo di donna con tutte quelle qualità. Dopo mesi di attesa senza ricevere neanche una risposta a quell’inserzione, non vado a incontrarla quasi per caso!? Senza che mi cercasse lei, ho conosciuto la donna che incarna l’ideale della compagna perfetta. La vidi un dì che passeggiavo in una via periferica della città, non lontano da casa: è stato amore a prima vista, siamo andati subito su da me e abbiamo fatto l’amore. Fantastico! Credo che non la lascerò mai, anche se mi dispiace tanto che Lulù – così mi piace chiamarla – non possa darmi dei figli. Questo non me lo ha detto esplicitamente, ma l’ho capito da alcuni segnali captati in questo periodo di convivenza, e comunque non importa, non ha nulla da invidiare al genere femminile intero e mi dà tutto ciò di cui necessita un uomo. Quando poi voglio starmene per i fatti miei e la sua presenza inizia ad irritarmi, non ho bisogno di fare come nove uomini su dieci che sopportano e subiscono. Nossignore, io la sgonfio, la ripongo in un cassetto e aspetto che mi torni voglia di lei. Così so per certo che andremo d’accordo tutta la vita, non mi indisporrà mai e il rispetto reciproco non verrà mai meno.
MOSCHE
Laura si stava godendo una tiepida giornata di fine maggio sotto il sole, nella sua villetta al mare di San Cataldo, a pochi chilometri da Lecce. Si abbronzava in topless, esibendo un corpo sinuoso e particolarmente eccitante ai pochi passanti che avessero più o meno casualmente buttato lo sguardo oltre le sbarre di ferro del cancello che dava sul giardino.
Era venerdì pomeriggio e Laura rilassava le sue grazie nell’attesa che venisse sera. Aveva infatti organizzato un party tra amici, lì nella villetta acquistata pochi anni addietro dal padre, personaggio legato ad ambienti malavitosi ma dalla facciata rispettabile: era sindaco di Lecce da tre mandati.
Per quella sera erano attesi Corinna, Fulvio, Mario, Manuele, Francesca, Cosimo, Antonio e Piero, ragazzo di Laura da un paio d’anni. Piero sarebbe arrivato a momenti, portando con sé una scorta di cocaina tale da ricoprire di dune l’intero giardino, quel giardino in cui ora la ragazza giaceva supina e sorridente.
Ad un tratto Laura sentì un formicolio sul capezzolo destro: c’era una mosca che sgambettava allegramente. La scacciò con la mano, ma dopo pochi istanti tornò a posizionarsi nello stesso punto. La ragazza ripeté il gesto e la mosca volò via. Ora però si era posata sulla coscia sinistra. Con un impercettibile movimento di gamba la fece volar via nuovamente. L’importuna mosca continuò a tormentarla per diversi minuti, fino a quando, esasperata, decise di rientrare in casa a fumare una sigaretta di marijuana.
Quando ritornò alla sdraio le mosche erano diventate almeno cinque. Una le si posò vicino all’ombelico e quando Laura alzò la testa per guardarla le parve che quel minuscolo insetto la stesse fissando divertito. Pensò che la marijuana stava distorcendo le percezioni. Chiuse gli occhi. Quando li riaprì c’erano cinque mosche che suggevano avidamente attaccate al capezzolo destro e altre sette o otto a quello sinistro. Un piccolo sciame svolazzava e si posava a turno sulla zona inguinale. Spaventata, Laura si alzò in piedi sparpagliando il nugolo di ditteri.
“Che brutte allucinazioni mi dà sta canna” disse ad alta voce tornando a rifugiarsi in casa.
Bevve un sorso d’acqua dal rubinetto, si sciacquò la faccia e tornò in giardino. Di mosche pareva non esserci più traccia, così la giovane si coricò di nuovo nell’attesa di veder comparire Piero.
Trascorsero alcuni minuti e le mosche tornarono all’assalto. Ora erano almeno una trentina che sparse su tutto il corpo le succhiavano il velo di sudore. Laura si persuase che non era un’allucinazione e scappò in casa con l’intenzione di rimanerci, ma le mosche la seguirono. Per scacciarle fece un movimento scoordinato e andò ad inciampare nel tappeto indiano sbattendo la testa sullo spigolo del tavolino. Svenne.
Mezz’ora più tardi Piero suonò al campanello. Vedendo la porta dell’ingresso aperta e Laura che non rispondeva scavalcò le inferiate ed entrò. Laura era distesa sul tappeto completamente nuda, le mutande appallottolate in un angolo della sala. Piero le si avvicinò e le tastò il polso: era morta.
Il giorno dopo i giornali locali e nazionali, nonché i notiziari televisivi annunciarono che una ragazza della Lecce bene, era stata violentata e uccisa nella sua villetta di San Cataldo. I violentatori, che non avevano lasciato traccia alcuna, dovevano essere almeno una quindicina.
“Forse si tratta di una vendetta nei confronti del padre, sindaco di Lecce. E’ probabile che la Sacra Corona Unita gli abbia voluto far pagare la sua cristallina condotta di amministratore locale” disse il conduttore di un tg nazionale, mentre una mosca burlona gli si infilava in un orecchio facendogli compiere spassosissime evoluzioni in diretta.
Albert mentre si appresta a seviziare Nicola!
IL VIRUS DEL SILENZIO
Accadde una sera in cui stavo guardando il telegiornale di Canale 5. Un servizio aveva appena messo in risalto la codardia genetica del nostro paese nel prendere una decisione che non scontentasse troppo gli “amici potenti” per quanto riguardava l’intervento armato in Iraq. Subito dopo Toni Capurzo, inviato di punta del tg mediaset, compariva in tuta bianca e maschera antigas davanti all’ospedale Santa Candida di S.
“In un reparto speciale sono state ricoverate una decina di persone” riferiva. “Presentano tutti vertigini, cefalea, confusione psichica, nausea e diarrea. Costoro, quattro donne e sei uomini, si trovavano alla fermata “Luigi Pirandello” della metropolitana quando un uomo di origine yemenita ha estratto dal cappotto una bomboletta spray spruzzandone il contenuto nell’aria e gridando contemporaneamente “Morte all’Occidente”. Le forze speciali di polizia lo hanno freddato con cinque colpi di pistola…”
La notizia e il filmato erano appena giunti in redazione. Capurzo cercava di dissimulare una certa angoscia e spiegava che il gesto poteva essere, visto che al momento non c’era ancora nessuna certezza, sia l’azione isolata di uno squilibrato sia un atto terroristico ponderato e messo in atto da Al Quaeda o da qualche movimento fondamentalista islamico. Il contenuto della bomboletta era ancora sconosciuto e i sintomi riscontrati nei malati potevano appartenere ad almeno sei o sette differenti patologie virali.
Abbassai il volume del televisore cercando di non pensare a nulla, ma una conclusione mi passò inevitabilmente per il cervello: prima o poi il mondo si sarebbe autodistrutto; i segnali c’erano già da troppo tempo.
Erano le venti e quindici. Mi preparai una cena veloce a base di tonno in scatola, piselli in scatola e uova in… scatola, mangiai, apparecchiai per Lisa che sarebbe rientrata dal lavoro verso le ventuno e trenta e me ne andai a letto, troppo stanco per qualsiasi altro sforzo fisico o cerebrale. Di fatti mi addormentai subito ma non tardai neppure molto a risvegliarmi, angosciato fin quasi l’anchilosi a causa di un incubo terribile: ero rimasto l’unico sopravvissuto di una guerra nucleare. Oltre a me a popolare la terra c’erano solo morti viventi, disgustose creature che mi davano la caccia per offrire il mio cervello in sacrificio al loro idolo feticcio, un’ enorme marionetta di legno con tre teste appartenenti a George W. Bush, Saddam Hussein e Karol Wojtyla.
Sudato e assai scosso guardai la sveglia: le ventuno e quaranta. Lisa non era ancora rientrata ed io non avevo più sonno cosicché andai in cucina a versarmi un calice di vino rosso, accesi una sigaretta e cercai di rilassarmi stendendomi sul divano del salotto. Accesi il televisore. Non funzionava, il contatore era saltato o avevano tolto la corrente. Guardai fuori dalla finestra; dal terzo piano della palazzina dove io e Lisa vivevamo da quando ci eravamo sposati sei anni prima non si vedeva altro che buio, oscurità totale mista ad una leggera bruma. C’era stato un black-out, ma ciò che era davvero singolare era il silenzio, la calma piatta che pareva avviluppare tutta la città come una cappa di smog in certe giornate afose.
Accesi una candela e mi riaccomodai sul divano. Alle ventidue Lisa era ancora fuori casa così pensai di chiamarla al cellulare: “La persona da lei chiamata non è al momento raggiungibile, la preghiamo di riprovare più tardi” mi riferì la voce registrata proveniente dal suo telefono.
Poco dopo la stanchezza ebbe di nuovo la meglio e caddi in un sonno profondo, questa volta privo di incubi o sogni. Mi risvegliai solo quando la tv riprese a funzionare da sola, dato che era tornata la corrente e probabilmente non l’avevo spenta quando era sopraggiunto il black-out.
Quello che accadde subito dopo mi frastornò non poco. Dallo schermo giunsero immagini come fossero frecce, dardi infuocati che colpivano ogni parte del mio corpo: centinaia, migliaia di zombie stavano gridando deliranti ad un concerto di Britney Spears.
Strofinai gli occhi sperando fosse tutto un’allucinazione ma così non era, erano proprio zombie e anche la Spears non sembrava propriamente umana. Forse si trattava di un film o una trovata per un videoclip. Certo, che stupido!, non poteva essere che così. Cambiai canale: il Maurizio Costanzo Show era condotto da uno zombie grasso e pelato, zombie erano gli ospiti, come zombie erano i raccapriccianti esseri che riempivano la platea. Stavo sognando? Cambiai ancora canale e il primo piano di un morto vivente in avanzato stato di decomposizione mi fece trasalire. Aveva capelli di un rosso spento, un accento cacofonico e profondi solchi purulenti sul viso; un occhio gli si staccò dall’orbita destra: era Aldo Biscardi!
Guardai che ore erano dal quadrante luminoso del registratore accanto al televisore: l’una! E Lisa?! Dove si era cacciata Lisa? Facendo uno zapping disperato con il telecomando per trovare qualche traccia di umanità sul teleschermo incappai nell’edizione notturna del telegiornale di Rete Provincia 59. Una giornalista zombie parlò con voce metallica attraverso un microfono malamente appuntatole con uno spillone da balia allo zigomo sinistro: “… e auguriamo a tutti un buon proseguimento con i nostri programmi” stava dicendo.
Spensi la tv e barcollai fino alla finestra. Notai che era ancora buio pesto fuori, eppure l’elettricità in casa non mancava. Richiamai Lisa e nuovamente la voce registrata, più nasale e incerta della prima volta che la udii, ripeté la solita nenia.
Cominciò ad assalirmi un senso di panico. E se tutto quello che stavo vivendo fosse la conseguenza di un attacco chimico o batteriologico da parte dell’Iraq o di Bin Laden o di un qualche pazzoide estremista? A distogliermi da quei pensieri sopraggiunse il suono del campanello della porta. Mi precipitai ad aprire: Lisa!
“Che è successo Amore? Come mai rientri a quest’ora e non mi hai avvertito?” le chiesi.
Era emaciata, le occhiaie che cerchiavano i suoi solitamente vispi occhi castani sembravano pitturate con un pennarello nero. La confusione pareva adombrare la sua persona.
“Sono stata sequestrata dalla polizia Alex! Io e tredici colleghi dei magazzini “Tyler & Capone”. Sono entrati in assetto antisommossa, alcuni erano vestiti con delle specie di scafandri e respiravano attraverso bombole di ossigeno. Ci hanno prelevati e ci hanno internati in una stanza del distretto di polizia. Dottori del Santa Candida ci hanno fatto delle domande, tantissime domande, domande a volte incomprensibili a volte stupide e banali: Cosa pensi della politica di analfabetizzazione perpetrata dai governi per il controllo globale del libero pensiero? Che differenza c’è la “Supercazzora” ed Enrico Ghezzi? Ti piace Nanni Moretti? Mai letto niente di Achille Campanile? Preferisci il vino rosso o il succo di frutta ACE? Credi nell’aldilà? E nell’esistenza del cimitero di Spoon River? Conosci il Sarcoma di Kaposi? Eccetera eccetera. Ma ti pare che io possa conoscere il Sarcoma di Kaposi che non ho mai preso una sufficienza in matematica!
“Ci avranno subissati con un migliaio di domande a testa e alla fine hanno detto che nessuno aveva superato il test, aggiungendo che forse siamo stati tutti contagiati!”
Scoppiò in uno stillicidio di singhiozzi accompagnati da un profluvio di lacrime che durò per cinque minuti abbondanti. Cercai di calmarla e quando notai che si stava un po’ tranquillizzando le chiesi cosa intendesse per “contagiati”.
“Hanno detto che un virus chiamato virus del silenzio ci ucciderà tutti, oh mio dio! Dovremo fare degli accertamenti all’ospedale nei prossimi giorni.”
Detto questo riesplose in un pianto inconsolabile. Non sapevo cosa dire così mescei due calici di vino rosso e gliene porsi uno. Trangugiammo d’un fiato il contenuto fruttato e ripetemmo l’operazione un paio di volte. Quando provai di indagare più approfonditamente sulla serata da incubo passata da Lisa era ormai addormentata sul divano con le mie cosce che le fungevano da cuscino. Di lì a poco, stordito, anch’io mi addormentai.
Il mattino seguente era sabato. Lisa non era di turno ai magazzini “Tyler & Capone” ed io, beh, sono un caso patologico di aspirante scrittore; da tre anni cerco di scrivere il Grande Romanzo ma l’ispirazione mi abbandona sempre sul più bello lasciando campo libero allo sconforto. Avremmo quindi trascorso la giornata insieme.
Due bottiglie di Chianti giacevano vuote accanto ai calici sul tavolino di vetro di fianco al divano. Io ero sotto la doccia a pormi mille interrogativi riguardo la notte precedente: Era possibile che Lisa fosse stata sequestrata dalla polizia? Era possibile fosse vero tutto ciò che mi aveva raccontato? Era stato un sogno? O meglio, un incubo? Un delirio alcolico? Presto lo avrei saputo.
Uscii dalla doccia, mi asciugai in fretta e mi rivestii. Tornando in salotto accesi il televisore, tutto sembrava normale. Schiacciai il pulsante del televideo per leggere le notizie delle ultime ore:
“Bush e Blair pronti a colpire Baghdad…”
“Fuori pericolo i dieci intossicati dallo squilibrato yemenita nella metropolitana di S. La bomboletta spray, come è stato appurato, conteneva una miscela di gas tossici non letali…”
“Black-out colpisce S. e gran parte dell’interland. Vandali in azione in molte zone periferiche…”
Il black-out quindi c’era stato, non era un prodotto della mia fantasia. E la crisi isterica di Lisa? Carezzandole lievemente i capelli cercai di svegliarla.
“Lisa?! Hey mogliettina, ti ho preparato un caffè, sveglia!” le sussurrai all’orecchio.
Aprì gli occhi e ciò che vidi mi colpì con la violenza di un montante da knock-out. Il suo sguardo era simile a quello degli zombie visti o sognati (chi poteva ancora dirlo?) la notte appena passata. Scossi la testa. No, era solamente un’impressione.
“Buongiorno Alex! Mi sa che abbiamo esagerato stanotte!”
Esagerato… già, evidentemente avevo davvero bevuto troppo ed avevo vissuto in un film creato dalla mia mente.
“Ma… a che ora sei rientrata ieri sera dal lavoro?” indagai.
“Come sempre alle ventuno e trenta. Perché?”
“Non sei stata trattenuta fino tardi dalla polizia, vero?”
“Che dici?! Devi aver fatto strani sogni stanotte. Sicuramente ci è scappato qualche calice di troppo.”
“Già già!” feci io perplesso.
Mezz’ora più tardi, mentre Lisa era sotto il gettito vigoroso di una doccia tonificante, la avvertii che sarei uscito a fare un po’ di spesa.
“Io vado Lisa, ci vediamo più tardi!”
Stavo per chiudermi la porta dell’ingresso alle spalle quando mi sentii chiamare. Lisa era in accappatoio, un asciugamano a mo’ di turbante sulla testa; aveva ancora occhiaie profonde, occhi spenti, colorito pallido.
“Fai presto che voglio contagiarti.”
“Come?” chiesi allarmato.
“Voglio farti impazzire a letto… che avevi capito?”
“Niente, niente. A dopo.”
Ciò di cui avevo cercato conferma tra le mura di casa mi apparve in tutta la sua drammatica e venefica evidenza pochi attimi dopo, per le strade di S. Non c’era scampo. Il virus del silenzio stava dilagando.
CINEFESTIVAL CHATTANOOGA
Per gli amici sono semplicemente Emme, in realtà mi chiamo Esse e sono originario di Q, anche se da anni vivo a Erre. Magari vi starete chiedendo cos’avrà mai da raccontare un personaggio tanto anonimo quale io sono, ma capirete ora che per quanto frivolo, ho avuto il privilegio e la fortuna di assistere al videoclip più geniale, spontaneo ed emotivamente coinvolgente mai visto. Purtroppo questo capolavoro di arte visionaria e viscerale è andato perduto per sempre e dubito di poterlo apprezzare nuovamente nella sua intensità, dato che era soltanto una proiezione virtuale del mio cervello innescata da una serata di eccessi tossici di vario tipo che hanno alterato il proiettore della mente, distorcendo immagini e simboli nel cortometraggio più pregnante della storia del cinema mondiale indipendente, o se vogliamo individuo-dipendente. Non essendo un regista non posso neppure tentare di trasferire il Sogno su pellicola, ma anche se avessi i mezzi, se fossi in pratica una sorta di artista, non riuscirei mai a rendere universali e tangibili un profluvio di emozioni come erano a livello onirico. Proverò però, anche se in maniera elementare (dopo tutto sono pur sempre Esse, Emme per gli amici) di illustrarvi ciò che vidi.
Ero al Chattanooga con John Holmes e Vasco. Il Chattanooga è un locale, un disco pub, dove per ogni drink ordinato te ne vengono offerti due gratuitamente; inoltre circola al suo interno ogni tipo di droga e vi giuro su A e B che ho visto più sbirri farsi delle canne là dentro che hippies a Woodstock , eppure il Chatta tira avanti che è un piacere, facendo soldi a palate e senza mai incappare in fastidiose noie legali.
Che vi spieghi chi sono John Holmes e Vasco non ha molta importanza: sono due comparse come potrebbero essere Elle e Effe. Vi basti sapere, a titolo informativo, che John Holmes è il soprannome di T, così detto per le dimensioni del suo pene, pene la cui leggenda vuole rasenti i trenta centimetri (come quello del famoso pornodivo defunto, come si narra); mentre Vasco è proprio lui, Vasco Rossi da Zocca, cantante e poeta, almeno così crede U da quando ha preso la scossa lavorando su un palo della luce dell’Enel.
Tornando a me, sono dunque al Chattanooga. Ho già bevuto quattro cocktails tutti d’un fiato, tra i quali il meno alcolico avrà avuto quaranta gradi e mi sto fumando uno spino quando… dallo stereo tenuto a tutto volume parte una martellante canzone dei Chemical Brothers: “Hey boy hey girl”. Contemporaneamente il film ha inizio:
Emme, il protagonista, si trova in un ambiente cupo, ammantato dall’oscurità delle tenebre; solo il suo volto e parte del busto sono distinguibili. Si accende una sigaretta e la luce della fiamma dell’accendino illumina più intensamente uno sguardo tenebroso che rimanda a quello del mitico Humprey Bogart. Dopo un paio di tiri, la telecamera immaginaria inquadra i suoi occhi in primissimo piano. A questo punto partono vari flashback: 1) Vestito da ballerina sto esultando in un’esplosione di rabbia e felicità per aver segnato un gol ad un sottosegretario di un qualche ministero in tenuta da caccia; 2) Nudo, sorvolo con un deltaplano un’ipotetica città medievale mentre masturbandomi faccio piovere una tempesta di sperma sugli abitanti sottostanti; 3) Sono in compagnia di John Steinbeck e Francis Scott Fitzgerald e stiamo brindando alla faccia di William Faulkner; 4) Sniffo cocaina con una banconota da dieci milioni di dollari e intanto un ippocampo gigante vagamente rassomigliante a Nelson Mandela mi offre un bicchiere di tequila; 5) Ho l’uccello infilato in una presa di corrente ed eseguendo ritmici movimenti pelvici seguo alla tv una puntata del “Maurizio Costanzo Show” condotto da Groucho Marx; 6) Mi trovo in discoteca e ballando emetto scoregge che nel giro di pochi istanti svuotano l’intera sala da ballo; 7) Partecipo in lacrime al funerale di mia madre, capeggiando un corteo funebre composto esclusivamente da donne obese che sghignazzano; 8) Impreco e bestemmio mentre accatasto scatoloni contenenti capezzoli femminili in una fabbrica sotterranea; 9) Sto galoppando a gran velocità tra le dune di un deserto mentre arabi travestiti da suore mi inseguono su lenti cammelli a sei gobbe. Qui finiscono i flashback e con ancora la colonna sonora dei Fratelli Chimici in sottofondo ritorna l’immagine iniziale. La sigaretta che stava fumando Emme è quasi finita; dà l’ultimo tiro e viene abbagliato da una luce verdognola potentissima che sfuma la scena conducendo direttamente all’epilogo: sul selciato di un plumbeo parcheggio antistante un ipermercato, la telecamera mentale zooma velocemente su un foglio stracciato trasportato dal vento; si riescono a leggere due lettere su quel foglio: Esse e Emme.
La canzone è finita. Il film è finito. Sapete cosa ho fatto subito dopo? Ho salutato John Holmes e Vasco e barcollando sono corso (per quanto potessi correre ebbro com’ero) a casa. Non potevo permettermi di lasciar fuggire quell’ allucinazione dalla mia mente. Come per catturare un sogno, che man mano che il tempo passa sfuma nell’oblio quasi totale dei particolari, avevo la necessità di sviluppare subito la pellicola cerebrale. Come? Mettendo per iscritto quanti più dettagli potevo. Ma, come non potrei mai immortalare quei fotogrammi con una telecamera, non posso neppure pretendere di farlo con un foglio e una penna. Comunque sia ho visto, tra virgolette, un’opera d’arte che nessun altro al mondo vedrà mai. Pure, penso che sarei capace di interpretare il significato ancestrale di ogni simbolo che appare in essa se ci riflettessi sopra approfonditamente. L’unico grosso enigma da decifrare è questo: quando sono partiti i titoli di coda, il regista del mio delirio veniva indicato con il nome di Simone Manservisi. Chi è?
OMICIDIO SULLA SPIAGGIA
Non
potevo aspettare oltre. Erano circa due anni che vagavo tra gli spessi muri del
mio dedalo mentale per trovare una soluzione, o meglio, una conclusione alla
storia che mi legava a Katia da oltre
sei anni. Ultimamente lei era sempre cupa ed io, nonostante la amassi ancora e
ne fossi sostanzialmente geloso, mi ero stancato del nostro rapporto.
L’incantesimo dei primi tempi insieme si era spezzato ed ora qualcosa di
contorto e spaventoso mi martellava continuamente in testa; udivo una voce
lontana ma chiara ripetermi: “devi eliminarla, devi eliminarla, devi
eliminarla… dalla tua vita!”.
Una notte, sulla spiaggia di Rimini, misi
in pratica i consigli della mia coscienza ormai turbata la quale mi consigliava
tramite quella voce quasi spettrale. Eravamo solo io e Katia, nessun testimone
in giro; una coppietta aveva da poco finito di fare l’amore su una sdraio ad
una cinquantina di metri da noi e tra baci e coccole se ne stavano ora andando.
Seduti sulla sabbia in riva al mare li avevamo osservati in silenzio ed
entrambi avevamo provato, ne sono sicuro, una certa nostalgia per quei tempi
vitali e romantici in cui ci bastava un bacio o una carezza per riempirci di
gioia e mandarci il cuore in fibrillazione. Poi, sempre senza fiatare, ci
eravamo messi a guardare i flutti infrangersi sull’arenile. Tremavo ma ormai la
decisione era presa, l’insano gesto, da me tanto paventato nella sua
esecuzione, stava per essere compiuto. Mi voltai di scatto, all’unisono con
Katia; lei notò il mio turbamento e con un’inquietudine dipinta sul volto non inferiore alla mia mi
chiese cosa stavo nascondendo sotto la giacca di jeans, quella vecchia giacca
di jeans ormai slavata come il sentimento che in quel momento ci univa. Ero lì
lì per farlo quando… lei mi anticipò:
“Micio, non ti amo più. Lasciamoci!” mi
disse con voce stentorea.
“Sì, cre credo che che sia giusto co così”
riuscii a balbettare.
Cosa avevo sotto la giacca? Un cuore
spezzato. Volevo uccidere un amore già morto e ci avevo impiegato mesi, forse,
riflettendo, persino anni per scoprirlo su una fottuta spiaggia romagnola. Il coltello
di parole che mi trapassò il cuore mi uccise, metaforicamente parlando, per
molto tempo e penso proprio che la sua cicatrice mi accompagnerà fino alla fine
dei miei giorni benché abbia faticato tanto nel tentativo di risorgere e vi sia
infine riuscito. Katia mi aveva assassinato solo per non aver agito qualche
secondo prima di lei… o forse per non aver mai capito che da tempo il
meccanismo del nostro rapporto si era inceppato.
Dopo aver tanto rimuginato scoprivo di
colpo che NO, NON VOLEVO PERDERLA, ma ormai era troppo tardi, ero stato
eliminato… dalla sua vita… E dalla mia!

CATARSI
Un fatto accadutomi questa sera mi ha ridato ispirazione e voglia di scrivere; era da un po’ di tempo che non trovavo stimoli o spunti interessanti per la stesura di un racconto, anche se l’episodio a cui ho assistito mi ha riempito il cuore di quella tristezza che arreca notare quanta ignoranza e intolleranza regna anche nei piccoli paesi del Nordest. La tragedia che metterò ora in scena è frutto della mia fantasia… ma non più di tanto.
Marco abitava a Casadelsiore, paese in provincia di Antasede. Viveva con i genitori e lavorava come cuoco al ristorante “Le grillon muet” di Bagghettone, frazione di Casadelsiore. Tutti lo consideravano un buon cuoco anche se qualche critico un tantino esigente lo tacciava di scarso eclettismo nell’inventare nuovi piatti e ricette, osservazione peraltro giusta considerando il limitato numero di portate che non gli permettevano di essere assurto al grado di Grande Cuoco. Lui, conscio dei suoi limiti, la pensava così: “Se gli ingredienti che ho a disposizione mi ispirassero periodicamente nuove e succulenti pietanze ne sarei felicissimo. Visto che così non è, mi accontento di fare bene quel po’ che so fare, senza arrischiarmi in esperimenti presuntuosi”. Come si denota era un tipo a cui non piaceva l’azzardo, inoltre si considerava molto pragmatico e non amava assolutamente esporsi ai giudizi della gente. Aveva ovviamente le sue idee, ma cercava per quanto possibile di tenerle per sé, non per timore delle famose invettive casesi (peculiarità degli abitanti di Casadelsiore con le quali si mirava a stroncare ogni pensiero o idea non “uniforme”), bensì per una mera questione di quieto vivere. Nel tempo libero Marco prestava servizio di volontariato al C.I.I. (Centro Integrazione Immigrati) e la sera del lunedì – giorno di chiusura del “grillon” – soleva trascorrere un paio di orette in compagnia a fare quattro chiacchiere e a giocare a carte con gli amici biscazzieri. Frequentava il Bar Delcasso, nel centro di Casadelsiore. Il Bar Delcasso, di Italo Delcasso, era ed è tuttora un esercizio di terz’ordine frequentato da vecchi rimbambiti stile “Alienata con monomania dell’invidia” di Theodore Gericault, da gente cattolica e un po’ bigotta sulla cinquantina e dai figli di questi ultimi esemplari, sempre più numerosi, di esseri umani. Marco non aveva nulla da spartire con queste persone ma visto che Il Bar Delcasso era l’unico luogo, per così dire, di svago del paese, col tempo aveva fatto l’abitudine all’afrore che emanavano i tanti clienti farisei: aveva smesso da molto di sentirsi un pesce fuor d’acqua; gli piaceva immaginarsi, in quelle serate al bar, come un anfibio nello stagno.
Aveva ventitre anni compiuti da una settimana quella sera di dicembre in cui varcò per l’ultima volta la soglia del Bar Delcasso. Per una beffarda coincidenza con il destino, una caustica mano anonima aveva scritto con lo spray “LASCIATE OGNI SPERANZA VOI CHE ENTRATE” sopra la porta d’ingresso proprio quella stessa sera; Marco si trovava lì, nell’inferno dei moralisti, nel girone degli stolti. Al tavolo accanto quello dove stava giocando a briscola con l’amico Enrico, sedevano quattro ragazzini dai sedici ai diciotto anni. Ad un certo punto entrò nel bar un tranquilla famigliola di extracomunitari di probabile etnia curda: marito, moglie ed un bambino sui quattro anni tenuto in braccio da quello che poteva essere il fratello maggiore, un robusto ragazzone di circa vent’anni.
Senza motivo alcuno tutti e quattro i ragazzi seduti vicino a Marco, che lo stesso conosceva per essere i figli di assidui frequentatori di ieratici ambienti casesi, iniziarono a ingiuriare i quattro componenti della famiglia musulmana innescando una reazione che coinvolse quattro anziani assonnati persi nella visione di una gara di scacchi alla tv e altri due ragazzi maggiorenni in una spirale di odio crescente contro i malcapitati. “Andate via pezzenti!”; “Tornate a casa vostra tunisini di merda!”; “State inquinando l’aria, fuori dai ciglioni!”. Echeggiò nell’etere anche un “la vostra terra è il Marocco, tornateci Marocchesi!” detto da un distinto signore in giacca e cravatta.
Esposti a questa sorta di pubblico ludibrio condito da risa e scherni, i quattro si avviarono mestamente all’uscita. Marco nel frattempo aveva osservato lo svolgersi della scena in uno stato di paralisi, incredulo, annientato e pieno di vergogna per essere un uomo, un cristiano, occidentale benestante sulla barca dei presunti “paladini del rispetto e detentori della verità”.
Quando poco prima di uscire definitivamente dalla porta principale del locale, uno dei quattro ragazzini diede un violento spintone alla donna facendola carambolare prima sul tavolo di Marco e Enrico e poi per terra, si accese una furibonda rissa tra il marito della donna, il suo probabile figlio maggiore e i quattro adolescenti. A quel punto, mentre gli attempati signori avevano lasciato perdere la partita di scacchi televisiva e ora, ridestati dalla sonnolenza si erano aggiunti agli altri frequentatori del bar nell’incitare i ragazzi indigeni, Enrico e Marco intervennero per sedare la rissa. Il primo aiutò la donna a rialzarsi e mise al riparo il bambino; Marco tentò invece di fare da paciere, ma proprio quel tentativo fece calare il sipario sulla sua esistenza. Nel parapiglia generale sbucò un coltello dalla tasca di uno dei giovani italiani e nella concitazione della lotta la lama andò a perforare involontariamente l’addome di Marco. Subito la rissa si interruppe. Il panico prese il sopravvento e in pochi secondi il bar si vuotò. Rimasero Italo il barista, che fino a quel momento si era esclusivamente preoccupato di proteggere bottiglie e suppellettili, i quattro membri della famiglia straniera, Enrico e Marco, il quale tra le braccia dell’amico sentiva la vita scivolargli via di dosso, derubata dalla stupidità di un “popolo senza cultura” inneggiante pace , amore e tolleranza solo nella speciosità delle parole.
Morì dunque il povero Marco. La sera dell’undici dicembre dell’anno giubilare Duemila lasciò l’inferno dei dannati. Prima di spegnersi trovò la forza per dettare ad Enrico alcuni versi che avrebbe voluto sulla lapide della sua tomba; sorrise al bambino figlio degli extracomunitari poi si spense, e insieme a lui si spense la speranza, la fiducia nel futuro.
Ebbe un epilogo assai triste anche la vicenda giudiziaria che seguì la sua morte. Siccome Enrico non era stato testimone dell’accoltellamento (in quel momento aveva accompagnato fuori dal bar il piccolo e la madre), venne incolpato il ragazzone forestiero e nessuna delle dieci e passa testimonianze dei presenti sull’accaduto ebbe l’onestà di non proferire imposture per scagionare il vero innocente. Al processo, Enrico fece il possibile per aiutare Kalid – così si chiamava – asserendo che era stata tutta colpa dei ragazzi casesi, che erano stati loro a provocare, insultando la tranquilla famigliola islamica, ma né Dio né Allah evitarono trent’anni di galera a Kalid.
Nel vortice di menzogne che seguirono l’evento, solo poche parole assunsero un significato di verità assoluta: le parole dell’epitaffio voluto da Marco sulla propria tomba, le parole di un ragazzo geloso della tranquillità del suo quieto vivere che aveva sempre cercato di tenere per sé le sue idee per non ferire le persone che la pensavano diversamente. Quelle parole esplosero, rimbombando nell’immobilità perbenista e nell’atavica sonnolenza della ragione di Casadelsiore per lasciare il segno:
Cagione
principe delle umane disuguaglianze
Siano
maledetti gli uomini, sfruttatori degli Dei
Inventori
di razze e confini, artefici di intolleranza
Assassini
di intelligenza
Uomo,
lascia ogni speranza tu che nasci nel mondo dell’odio.
A CALDO
Il treno avanzava lento e annoiato lungo la costa toscana verso casa. Lorenzo guardava fuori, con la testa appoggiata al vetro polveroso, la natura rigogliosa scorreva davanti ai suoi occhi verdi e sottili.
Che bello viaggiare, pensava, che bello filare via senza meta, per il semplice gusto di andare. La vita è una lunga strada, che senso ha osservarla da una poltrona?
La Sardegna lo aveva affascinato, stregato: la gente, i luoghi, i profumi. Si sentiva sardo da sempre. Forse lassù hanno sbagliato a farmi nascere e crescere in Emilia, si disse.
Ma ancor più del posto, Lorenzo era rimasto incantato da Eleonora, splendida quarantenne che lo aveva ospitato a Cagliari per valutare la realizzazione di un ambizioso progetto letterario essendo a capo di una importante casa editrice.
Rientrava a Bologna con in mano un importante contratto per la stesura di un romanzo e con qualcosa di più indefinibile, una ricchezza luminosa aggiunta al suo cuore. Pensava malinconicamente che una volta giunto a casa, dopo aver conosciuto Eleonora, le persone che facevano parte e che avrebbero fatto parte del suo ambiente, coloro che lo circondavano, gli sarebbero sembrate più insipide.
All’andata si era imbarcato da Civitavecchia; sarebbe rimasto a Cagliari una settimana per discutere del romanzo e del contratto. Si era portato appresso due libri, “Belli e dannati” e “Viaggio al termine della notte”, anche se sapeva benissimo che mai e poi mai sarebbe riuscito a leggere. Lo considerava un suo grande difetto, ma quando era in viaggio non riusciva né a leggere né a scrivere; era troppo impegnato a leggere i nuovi mondi che lo accoglievano, anestetizzando per il momento la spinta creativa e la capacità di concentrazione sulle parole scritte. Gli sarebbe piaciuto leggere almeno qualche pagina di Celine visto che erano mesi che cercava la predisposizione giusta per quel libro, invece nulla, ancora un tentativo andato a vuoto.
Il treno si fermò alla stazione di Grosseto. Salì una donna anziana, una tipa eccentrica con un vestito di seta marrone alquanto demodé ed i lunghi capelli bianchi qua e là ridicolizzati da posticce ciocche cremisi. Si mise a sedere di fronte a Lorenzo, estrasse dalla borsetta anni Ottanta un libro di Kahlil Gibran e si immerse profondamente nella lettura. Il giovane immaginò la donna una vecchia artista, forse una pittrice, una creatura balzana dalla grande solitudine che traspariva da un volto segnato dalle rughe e dall’emarginazione, emarginazione che ammanta l’esistenza di chi possiede una natura creativa.
Scacciò il triste pensiero arrecatogli dalla signora e si abbandonò al ricordo di Eleonora. Dopo tre giorni di discussioni, approfondimenti, sguardi ammiccanti e sorrisi ingenui, si ritrovarono a casa dell’editrice a fare l’amore. Disteso sul letto Lorenzo pareva incredulo; accanto aveva una donna che sin dal loro primo incontro gli aveva trasmesso un’energia particolare, misteriosa. Si amarono altre volte nei giorni seguenti, in un climax passionale che li avrebbe portati alle soglie del paradiso se solo avessero potuto godere della compagnia reciproca per più tempo. Le loro anime entrarono in simbiosi all’unisono con i loro corpi. I quindici anni che dividevano il giovane Lorenzo da Eleonora si azzeravano riportando il tempo, lo spazio, le emozioni e gli istinti ad uno stato primordiale di purezza assoluta.
Era certo che non perché era stato amante di Eleonora era riuscito a firmare il contratto per il libro, però di tanto in tanto affiorava dall’inconscio la tormentosa possibilità che se tra loro due non fosse nata quella complicità affettiva e sessuale, ora sarebbe lì su quel treno senza progetti letterari lucrativi realizzabili per l’imminente futuro.
“Scusi, mi sa dire che ore sono?” chiese la stravagante signora che gli stava di fronte.
“Le sei e cinque” rispose Lorenzo.
Tra circa tre ore sarebbe arrivato a Bologna. Eleonora sarebbe rimasta lontana eppure eternamente dentro di lui. Finalmente avrebbe risolto, con quella firma in calce al contratto, molti dei suoi problemi economici. Era sereno, rilassato, confortato e refrigerato dal ricordo, anche se in un torrido giorno di fine giugno su quel treno faceva un caldo soffocante. Assaporava il gusto delle emozioni violente, emozioni a caldo, emozioni che il tempo non avrebbe mai raffreddato. Chiuse gli occhi e seppe. Seppe che in futuro avrebbe scritto grandi cose.
LA METAMORFOSI
DI NIK AMEBA NEL GIORNO DEL MATRIMONIO DI GARRONE
Quella sera Nik Ameba si sentiva un po’ depresso. Sullo schermo televisivo stavano scorrendo le immagini del Grande Fratello (guardava quel programma, anche se lo annoiava tremendamente, per poter partecipare alle conversazioni degli amici senza sfigurare) mentre la sua mente vagava su ben altri canali. Volto livido, emaciato, sedeva sul divano del salotto sorseggiando una camomilla, arresosi al fatto di dover passare una notte in bianco a causa dei crampi allo stomaco e del mal di testa diretta conseguenza della robusta sbronza che si era preso il pomeriggio al pranzo di ricevimento per il matrimonio dell’amico Garrone. Ricordava vagamente di aver importunato una ragazza e di essersi ritrovato disteso per terra . “Forse non ho mal di testa e di stomaco solo per colpa dell’alcol” pensò per un momento. L’ultima cosa che rammentava era lo sguardo dispiaciuto di Garrone mentre due o tre ragazzi lo riaccompagnavano alla macchina; pure chi lo avesse riportato a casa era un’incognita. Non ricordava nemmeno - nel climax di improvvise reminiscenze che lo stavano assillando - da quanto tempo aveva iniziato a ridursi sempre più frequentemente in uno stato al limite del pietoso: potevano essere sei, sette, otto mesi, forse un anno. Il motivo lo intuiva vagamente, anche se non aveva indagato per scoprirne le cause: si era rassegnato.
Mandò giù l’ultimo sorso di camomilla e spense il televisore con un senso di sollievo, ormai estenuato dalla crescente, soverchia prosopopea che scaturiva da Big Brother e dintorni. Alzò gli occhi sulla parete dietro al televisore; in concomitanza con l’inizio della sua crisi, sei, sette, otto mesi, forse un anno fa, Nik aveva iniziato ad appassionarsi alla fotografia, in particolare all’autoritratto: con l’autoscatto si ritraeva ogni giorno in decine di primi piani, immortalandosi in espressioni apparentemente sempre uguali che raramente differivano l’una dall’altra. In quel momento la parete di fronte a lui era completamente ricoperta di cornici contenenti la faccia smunta e quasi spettrale di Nik Ameba. Stava pensando di non essersi mai posto neppure lontanamente il perché di quella strana mania quando, ad interrompere il suo spleen, bussarono alla porta.
“Oooooh!” esclamò Nik incapace di contenere lo stupore causato da quella sublime visione. Era la donna più affascinante che avesse mai visto in vita sua; gli si presentò.
“Ciao Nik. Sono Regina. Tu non mi conosci ma ti seguo da tempo, mi interessi. Mi sono infatuata di te all’incirca un anno fa; credo sia giunta l’ora di venire allo scoperto.”
Nik era scosso dall’avvenenza e dall’esuberanza di quella meravigliosa valchiria dai lunghi capelli biondi e dagli occhi di ghiaccio.
“Da quando mi sono accorta di te” proseguì Regina, “ti seguo tutti i giorni; non mi crederai ma è così. Ti voglio, voglio che tu venga via con me!”
Il ragazzo la guardava allibito senza riuscire a pronunziar parola.
“Non c’è bisogno che parli” riprese. “Presto tornerò. Ti lascio il tempo di deciderti e prepararti.”
“Chi sei?” riuscì a chiedere Nik. “Dove vuoi portarmi e perché sembri così certa che io ti segua?”
“Non posso dirti nulla. Sappi però che ti porterò in un posto tranquillo, lontano, dove potremo rimanere per sempre soli, tu ed io. Pensaci Nik! Sai bene chi sono!”
Udendo quelle ultime parole, si sentì mancare. Perse i sensi e cadde disteso sull’impiantito. Passò qualche istante e si ridestò con le parole “Sai bene chi sono!” che gli riecheggiavano in testa. Dunque era stato un sogno? Ebbe appena il tempo di prendere coscienza di ciò che era avvenuto (Nel sogno? Nella realtà?) che la porta d’ingresso si chiuse, lasciandogli intravedere una lunga gonna nera che, svolazzando, scompariva nell’oscurità della sera. Ripiombò nel suo universo di elucubrazioni, un po’ frastornato ma deciso a scoprire chi fosse Regina e cosa avesse voluto dire con quelle poche frasi che avevano portato tanto scompiglio in quello che sarebbe dovuto essere un allegro giorno di festeggiamenti e spensieratezza.
Nik si stava avvicinando a varcare la soglia dei trent’anni a cavallo di un passato felice e sereno; non riusciva quindi a capire quale ostacolo si fosse presentato a tralignare la sua esistenza. Perché non trovava spiragli nel muro (di autoritratti?) che gli si ergeva davanti? Nelle decine di volti che lo stavano fissando non si scorgeva ombra di espressività: “Vorrà pur dire qualcosa!?” pensò. Era convinto non gli mancasse nulla: grazie a genitori benestanti, anzi molto ricchi, poteva permettersi quello che voleva a livello economico; il lavoro di vicedirettore dell’agenzia grafica del padre lo appagava non poco dal punto di vista professionale; aveva una ragazza da sei anni e anche se negli ultimi tempi per colpa sua il rapporto non era più rose e fiori come un tempo, stava bene con lei e la prospettiva di un imminente matrimonio era concreta. La amava molto eppure si era trovato poco prima a desiderare quella Regina come mai aveva desiderato nulla in cuor suo; sentiva di conoscerla già da diversi mesi, benché non la avesse mai vista, e già da tempo lui sapeva che un dì sarebbe apparsa a reclamarlo. Nonostante si sforzasse non riusciva a trovare il bandolo della matassa, non individuava il vorace verme che stava divorando i suoi giorni così velocemente.
All’improvviso, come lo scolaretto che dopo interminabili tentativi e scervellamenti riesce a risolvere il problema di matematica quasi per caso, Nik comprese il significato recondito negli autoritratti. Quei volti, quelle espressioni fatue e seriali erano il compendio di una vita di APPARENZE. Ecco la parola chiave che cercava per aprire la cassaforte dell’inquietudine. Capiva così di aver vissuto fino a quel momento una vita di quantità e non di sostanza, indossando maschere diverse per ogni occasione. Dentro di lui aveva ceduto uno diga che stava annegandogli le emozioni più profonde, sentimenti che censurava per piacere ma non per piacersi. APPARIRE era stato il suo marchio di fabbrica per anni e anni, nel lavoro come in società e in famiglia; persino in compagnia di se stesso, nei momenti di solitudine. Ora provava il pressante e urgente bisogno di succhiare purezza dal seno dell’ESSERE.
Si diresse verso il muro di fotografie. Staccò la più datata, un autoritratto risalente a circa un anno prima. Immaginò quel viso sulla lapide della sua tomba e subito dopo ebbe un accesso di ribellione; il meccanismo inceppato riprendeva a funzionare grazie a quel quid che gli avrebbe riempito il vuoto corrosivo del suo modo di vivere precedente. Si affacciò alla finestra del salotto che dava sul panorama della città, una tranquilla città al tramonto, e rifletté su quanto capzioso e frivolo fosse il mondo che lo aveva da sempre attratto. Sentì un brivido violento corrergli lungo la schiena e percepì che poteva ancora lottare contro il Nulla. Pensò: “Sì, vale proprio la pena vivere”. Compì allora un gesto eclatante e apparentemente insensato: staccò la spina del televisore e con una pedata ben assestata mandò in frantumi lo schermo, poi gettò fuori dalla finestra la cornice con l’autoritratto che teneva in mano, lontano, tra il labirinto di vicoli della città in procinto di addormentarsi. Lui no, non voleva addormentarsi. Quella notte sarebbe stato sveglio a crogiolarsi sugli allori della rivincita e della rinascita. La splendida creatura che lo aveva ammaliato poco tempo prima era tornata indossando un funereo abito nero e Nik Ameba le aveva chiuso la porta in faccia. Aveva ancora tempo e una nuova vita da cominciare.
VATTELAPPESCA
Tutti stimavano e rispettavano Attila e anche se la maggior parte
degli abitanti del piccolo centro emiliano erano contadini analfabeti,
chiunque percepiva nelle parole del cantastorie un senso profondo di
saggezza pur non carpendo sempre il significato di certi concetti e quello
più immediato di molte parole.
Torre Scudo contava all’epoca trecentododici abitanti, e otto
famiglie su dieci erano impegnate nella coltivazione diretta della terra.
Iniziò la grande guerra e ben presto anche l’Italia entrò nel
conflitto. Nel giro di pochi mesi Torre Scudo cambiò completamente
fisionomia; infatti nei pressi del torrente Teresina sorse una delle più
grandi fabbriche italiane specializzata nella produzione di filo spinato e
badili, materiali utili per la costruzione di trincee. Il risultato fu che
il novanta per cento dei lavoratori agricoli passò all’industria
bellica, o meglio, filobellica; l’interesse della gente per le storie di
Attila venne meno, le preoccupazioni e il duro lavoro in fabbrica –
assai più duro di quello nei campi – esaurirono pian piano la voglia
dei torrescudesi di uscire la sera. Il povero rapsodo si trovò presto a
patire la fame. Certo, avrebbe potuto cambiare paese, ma sentiva dentro di
sé una strana angoscia, il presentimento razionalmente immotivato, che
ovunque fosse andato, nessuno avrebbe più ascoltato le sue parole.
La prima guerra mondiale finì e il ritorno della pace ebbe la
conseguenza di mandare la fabbrica in rovina; venne però acquistata da un
facoltoso abitante di Torre Scudo che la trasformò in azienda agricola
privata. Si diceva allora che costui, avendo lungamente viaggiato, fosse
un ottimo conoscitore di quasi tutti i dialetti italiani e avesse
sfruttato questa sua abilità per redigere un vocabolario il quale servì
ai soldati italiani (ragazzi del Nord uniti a ragazzi del Sud separati
però da grossi problemi linguistici) per meglio capirsi nelle trincee. Il
capo del governo Salandra fece acquistare migliaia di copie del
vocabolario e grazie a questa geniale trovata il poliglotta reggiano
divenne ricco.
I torrescudesi tornarono così a lavorare la terra, ma mentre prima
coltivavano appezzamenti di loro proprietà, ora si ritrovarono alle
dipendenze di un grosso latifondista che aveva investito i guadagni di un
conflitto estremamente proficuo per quel che lo riguardava. Attila sperò
che la chiusura della fabbrica di badili e filo spinato seguita all’armistizio
avrebbe riportato le famiglie in piazza. Così fu, ma nessuno ebbe più
curiosità nell’udire quel bizzarro ottuagenario. Egli notò una luce
strana negli occhi di tutte quelle persone: i loro atteggiamenti
cambiarono drasticamente, tanto che alcuni iniziarono a disprezzarlo,
gente che lo aveva sempre aiutato elemosinandogli anche solo un pezzetto
di pane ora lo evitava, altri lo irridevano con crescente pervicacia e un
giorno una giovane madre gli sputò addirittura in faccia. Non si
capacitava del fatto che i torrescudesi, un tempo amici e entusiasti
spettatori delle sue recite, lo trattassero adesso come un appestato.
Volle individuare un capro espiatorio nell’avanzare strisciante del
progresso, ma non ne era così sicuro. Intuiva qualcos’altro nell’aria,
qualcosa di più pernicioso e pericoloso; il mondo avrebbe preso un ritmo
troppo frenetico e la sua intelligenza gli permise di farsi un’idea sul
futuro. Rabbrividì.
Una notte di inizio estate dei primi Anni Venti, Attila
Vattelappesca venne avvicinato nella piazza di Torre da Tonino, il figlio
di Ilde e Carletto Donini. Era accompagnato dai due genitori, forse le
sole persone rimaste che lo avessero ancora in simpatia tanto da fargli
quel po’ di beneficenza che gli permetteva di tirare avanti negli ultimi
anni di una vita vissuta in compagnia dell’immaginazione e del rispetto
per gli altri esseri viventi.
“Signor Attila” disse Ilde, “Tonino ha tanto insistito per
ascoltare la storia di “Fiorello il cammello” che abbiamo dovuto
portarlo qui da voi, altrimenti ci faceva diventare matti. Però se non
volete raccontargliela, non c’è problema, non vogliamo disturbarvi.”
A queste parole Attila Vattelappesca sorrise; era un sorriso
infantile e puro come solo il sorriso di un bambino può essere.
“Certo che la racconterò. E con tanto piacere” rispose il
cantastorie.
Era tanto tempo che non narrava più le sue avventure in prosa o in
versi e da qualche tempo aveva programmato di tornare da dove era venuto,
benché nessuno sapesse da dove venisse realmente. Quella, pensò, sarebbe
stata la sua ultima interpretazione. “Fiorello il cammello” era un
apologo molto amato dai suoi ascoltatori in passato. Parlava di Fiorello,
un cammello dell’Asia (quelli con due gobbe) che si perdeva nel deserto
e si ritrovava in un’oasi abitata solo da cammelli dell’Africa (i
dromedari, con una sola gobba). Inizialmente emarginato e schernito da
tutti, diventò il re dell’oasi, da tutti rispettato, quando un ricco
arabo si stabilì nell’oasi e fece di Fiorello il suo cammello
personale. Tonino , che aveva otto anni, aveva sentito spesso i suoi
genitori raccontare quella storia prima di addormentarsi la sera, ma
quando seppe che loro l’avevano imparata da quel vecchietto triste che
passeggiava tutto il giorno per Torre Scudo e che quando lui la raccontava
era come se i cammelli si materializzassero veramente nella piazza, non
aveva più smesso di tormentare mamma e papà per farsi portare da Attila.
Gli anni e la delusione avevano consumato il rapsodo rendendolo l’ombra
di se stesso. Non aveva più molto da campare, però quella sera la
felicità, apparsa con le sembianze di Tonino e dei suoi genitori, era
tornata a bussare al suo cuore. Ilde, Carletto e il figliolo si sedettero
sui gradini di pietra dell’ingresso della Trattoria Strozzi, mentre
Attila, eretto come un giovane aitante attaccò con il suo commiato: “C’era
una volta…”.